Abbiamo detto in molte occasioni, su Umbria 24 come il tema delle dipendenze digitali per i minori interessi molto la nostra regione. L’abbiamo spiegato con i numeri, indicando come facciano riflettere i numeri sull’incidenza. Abbiamo provato a studiare i paesi che hanno provato a prendere delle decisioni. Per poi provare a vedere i monitoraggi su quelle decisioni che quadro indicassero. E’ come, come dire, un vantaggio utile, su cui provare a ragionare per prendere decisioni, più appropriate, o meno rischiose. Ma come ci suggeriscono le ultime notizie, il quadro cambia. E basta che cambi lontano da fare registrare, perplessità o cambi di direzione anche vicino. La pressochè universalità della rete non dà scampo: buchi, danni, effetti collaterali viaggiano a tutte le latitudini. Proviamo a registrare quindi cosa dicono le ultime rilevazioni per provare a capire anche l’Europa e l’Umbria come uno dei contesti maggiormenti interessati al fenomeno a che punto sono.
Dopo l’Australia, che a dicembre 2025 ha fatto scattare il primo divieto nazionale per gli under 16, anche l’Europa ha iniziato a misurarsi con il problema sul terreno concreto delle leggi, dei controlli e dei tribunali. La Francia, che aveva scelto una soglia più bassa, 15 anni, ha appena incassato la bocciatura della Corte costituzionale. Il governo di Emmanuel Macron ha però già annunciato che riproverà a intervenire.
Il tema, resta sì quello di scegliere se limitare o meno l’accesso ai social:ma la questione delle questioni è sempre più il come cioè a quale età, con quali strumenti e con quali garanzie. Il nostro contesto regionale con la media superiore a quella nazionale, è interessata, ovviamente, a centrare questo aspetto. Ovvero a tentare di calibrare il tiro rispetto a quanto, in altri paesi, viene mantenuto come orientamento valido e quanto viene bocciato sul piano legale o sul piano dei risultati.
La Corte costituzionale francese ha bocciato l’articolo della nuova legge che prevedeva il divieto di accesso ai social per gli under 15, ritenendo la restrizione sproporzionata rispetto alla libertà di espressione e comunicazione. I giudici hanno contestato anche l’ampiezza della norma, che avrebbe trattato allo stesso modo piattaforme e servizi per i quali non erano stati dimostrati rischi equivalenti. La parte della legge relativa al divieto di utilizzo dei telefoni cellulari negli istituti superiori resta invece in vigore. Macron ha incaricato il premier Sébastien Lecornu di riscrivere il provvedimento, con l’obiettivo di arrivare a una nuova proposta entro la primavera del 2027. La bocciatura francese diventa così meno una rinuncia alla stretta e più un avvertimento sui limiti che una legge di questo tipo deve rispettare.
In Australia, come ampiamente scritto, la norma è già in vigore. Dal 10 dicembre 2025 le piattaforme considerate soggette alla legge devono adottare misure ragionevoli per impedire agli under 16 di aprire o mantenere un account. Tra i servizi interessati ci sono Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok, YouTube, X, Reddit e Twitch. Qui il divieto aveva ridotto l’utilizzo di alcune piattaforme, senza però cancellarlo.
Da allora sono arrivati dati nuovi e molto più significativi. Meta ha dichiarato di avere rimosso tra dicembre 2025 e giugno 2026 oltre 756 mila account australiani ritenuti appartenenti a under 16: circa 462 mila su Instagram e 294 mila su Facebook. YouTube ha comunicato di aver bloccato circa 740 mila account, mentre TikTok ha rimosso circa 550 mila account all’avvio delle nuove regole. Ma proprio l’Australia sta mostrando anche il limite del modello. I dati presentati durante un’inchiesta parlamentare indicano che oltre l’80% degli under 16 risultava ancora attivo sui social nei primi mesi di applicazione. Le piattaforme contestano però l’affidabilità di queste prime stime e chiedono di attendere dati più consolidati. L’esperimento australiano, dunque, ha dimostrato che una legge può costringere le piattaforme a intervenire su milioni di account, ma non ha ancora dimostrato in maniera inequivocabile che un divieto nazionale sia sufficiente a impedire l’accesso dei ragazzi ai social.
La questione tecnica è diventata centrale. Una piattaforma deve sapere se l’utente ha 14, 15 o 16 anni senza necessariamente acquisire una quantità sproporzionata di dati personali. L’Unione europea sta cercando una risposta comune. La Commissione ha annunciato un’applicazione europea per la verifica dell’età, pensata per consentire agli utenti di dimostrare di avere raggiunto una determinata soglia senza condividere con le piattaforme dati personali non necessari. Bruxelles ha chiesto agli Stati membri di accelerarne l’introduzione, con l’obiettivo di renderla disponibile entro la fine del 2026. È un passaggio rilevante anche per l’Italia e quindi per l’Umbria: certo imporre un’età minima, ma soprattutto saperla controllare.
Cosa accade invece in lnghilterra? Il governo brtannico ha annunciato nel giugno scorso il divieto dei social per gli under 16, insieme a restrizioni per alcune funzioni considerate particolarmente rischiose, come il contatto con sconosciuti e alcune forme di livestreaming. L’entrata in vigore è prevista per la primavera del 2027, dopo il passaggio parlamentare. La consultazione britannica ha prodotto un dato interessante: il 90% dei genitori che hanno risposto sostiene un’età minima di almeno 16 anni, mentre soltanto il 19% dei bambini partecipanti è favorevole a un divieto generalizzato fino a 16 anni. Tra i giovani tra 16 e 21 anni, invece, il 65% vorrebbe limitazioni almeno per alcune funzioni progettate per trattenere gli utenti online più a lungo. Anche qui, dunque, il dibattito sta diventando più sofisticato: non soltanto «social sì o social no», ma anche quali meccanismi delle piattaforme devono essere limitati.
Ricordiamolo: il 73% dei ragazzi umbri utilizza quotidianamente lo smartphone, una quota superiore alla media nazionale, mentre l’uso quotidiano di internet arriva al 79,4%. I dati sull’uso problematico indicavano il 12,5% per i social e il 20,8% per i videogiochi. Più recentemente, nel quadro del Piano regionale per la salute mentale, emerge che circa il 13% degli adolescenti umbri presenta un utilizzo problematico della rete, tale da interferire con il sonno e le relazioni sociali. Nello stesso quadro, circa la metà degli adolescenti riferisce esperienze di cyberbullismo.
Quanto accade negli altri Paesi sta dicendo una cosa che se non è molto chiara è quanto meno utile: la fase delle raccomandazioni ai minori non basta più. Come non basta delegare tutto e solo alla responsabilità dei genitori o a quello che riesce, da sola a fare la scuola. Pensare soltanto a limiti e restrizioni neppure sembra essere la strada risolutiva, come non lo è il solo affidare alle piattaforme la capacità di individuare minori ed espellerli, per poi vederseli rientrare da altrove e sotto altre forme. L’Europa dice che fondamentale è affinare i controlli senza invadenze in privacy. Tutto però cambia rapidamente e si prova a riallineare la rotta. L’orientamento non può che essere di ‘sistema’, contemplando aspetti legali e comportamentali, divieti e analisi puntuali e magari qualche buona pratica coraggiosa che in giro è stata praticata, con altrettanti interessanti risultati oltre che procedure.