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“O prendevo quel treno oppure morivo”, Adriana dalla droga al carcere


TRENTO. “Avevo due possibilità, o prendevo quel treno oppure morivo”. Adriana sapeva benissimo che quell'esatto momento, quella scelta avrebbe fatto cambiare completamente la sua vita. Dopo anni di dipendenza, carcere, vita in strada e diverse overdose, nel 2021 prende un treno che da Bologna Centrale la porta a Trento. Lo fa chiedendo agli amici un ultimo favore: quello di portarla in stazione.

Adriana Moranduzzo oggi ha 39 anni e quella giornata non se la potrà mai dimenticare. Per capire la sua storia, però, dobbiamo fare un passo indietro e partire dalla sua infanzia iniziata dall'altra parte del mondo. “Io sono nata in Brasile e ho vissuto lì fino a 8 anni e poi sono stata adottata da una famiglia trentina” ci racconta.

Cresce in Trentino, ha diversi amici. Come accade a molti adolescenti, cerca il proprio posto nel mondo. Ha bisogno di nuovi stimoli e di fare nuove esperienze. Ecco allora che inizia a frequentare compagnie più grandi di lei. In alcuni casi, purtroppo, sbagliate, ed è lì che comincia il suo viaggio nel mondo delle sostanze.

“Ho iniziato davvero presto ad assumere droga” ci racconta. “A dodici anni con le canne e ci univo l’alcol. A quattordici, poi, frequentavo persone più grandi e nei fine settimana andavo a Bologna, Milano, Genova, Brescia. Nonostante la giovane età avevo iniziato a girare le grandi città e questi viaggi mi avevano permesso di entrare nel mondo underground”. Nuove città, nuove persone, una realtà diversa da quella conosciuta fino a quel momento. Ma lentamente arrivano le droghe. Sostanze di ogni genere. Adriana prova diverse droghe chimiche, “non ne vado fiera” ci dice, e poi l’eroina e la cocaina. Più andavo avanti e più era difficile smettere.

Quando conosci l’ago raggiungi un livello ancora più alto della dipendenza. Diventa sempre più difficile uscirne. Senza quasi accorgermene mi sono ritrovata completamente dipendente, sia fisicamente sia psicologicamente” ci racconta.

Nel frattempo la sua vita viene segnata da perdite profonde. Il primo fidanzato, conosciuto durante un periodo trascorso in Spagna, viene assassinato. Poco dopo Adriana perde anche la madre adottiva. Un dolore che si aggiunge a quello per la morte del suo secondo compagno.

Quando è per strada per comprarsi la droga si mette a rubare per avere dei soldi. Finisce addirittura in carcere. Non ha nulla quando entra ed ha ancora meno quando esce. L'unica cosa che sembra rimanerle è la droga. È in questo periodo che Adriana arriva al punto più buio della sua vita. Un periodo in cui, racconta, non riusciva più a vedere una via d’uscita.

L’episodio che cambierà la sua vita avviene a Bologna quando si trova in mano una grossa quantità di soldi: dopo alcuni furti decide di comprare della droga da consumare insieme a due persone di cui si fidava. “Sono stata io per prima a provarla ma subito ho capito che la dose era troppo forte. Sono caduta a terra”.

In quel momento Adriana è per strada, vicino ad un garage. Non risponde più. Il suo cuore aveva smesso di battere e se oggi è viva è perché c’erano persone con lei che, dopo aver capito quello che era successo, hanno chiamato i soccorsi e hanno subito iniziato i massaggi per rianimarla. È l’overdose più forte che aveva avuto fino ad allora. “Quando sono arrivata in ospedale ho lo sterno rotto. Mi hanno presa per la punta dei capelli, stavo morendo”. Quell'episodio, così drammatico, fa cambiare qualcosa. Quando Adriana riesce a riprendersi capisce che non può più continuare così.

Decide quindi di tornare a Trento dove c'è ancora suo padre. Chiede agli amici di accompagnarla alla stazione e sale su quel treno sapendo che non può più rimandare. “Quando li ho salutati ho detto che sarei tornata ma così non è stato”.

Quando arriva a Trento, per la prima volta dopo anni, Adriana decide di chiedere aiuto. Non sa come fare, non ha un piano ma è consapevole che da sola non può farcela. “Non sapevo come fare – ci racconta - ma sapevo che in ogni città c’è un Serd. Ho deciso quindi di rivolgermi a quel servizio. Sono andata lì, ho raccontato la mia storia, quello che mi era successo e ho detto che volevo uscirne”.

Da qui inizia un percorso di vera rinascita. Assume il metadone e viene accolta per circa 4 mesi all'interno della Casa della Giovane. “Avevo mio padre ma non volevo pesare sulle sue spalle, fra l'altro dopo essermene andata da tempo”. Dopo i mesi passati in via Prepositura Adriana finisce nuovamente in strada, non aveva nessuno che potesse ancora aiutarla. È proprio in quel periodo che incontra persone che le indicano una nuova possibilità: l'Associazione Famiglie Tossicodipendenti di Trento. L'associazione si trova a Piedicastello. Adriana non ci pensa due volte e decide di bussare a quella porta e chiedere una mano. “La risposta è arrivata subito” ci racconta. “Appena ho spiegato la mia situazione, quella stessa sera, mi viene dato un posto in appartamento”.

L’Aft un po' alla volta divenne la sua famiglia. “Mi hanno dato una possibilità quando non avevo più niente” ci dice. Durante il percorso arriva anche un’esperienza, grazie alla responsabile terapeutica Paola Meina, che la segna profondamente: il progetto della “bambola”, uno strumento utilizzato per affrontare le ferite del passato. “All’inizio ero molto scettica. Pensavo fosse una cosa inutile. Poi, costruendo quella bambola, ho rivisto la bambina che ero stata, il mio abbandono. È stato un fiume di lacrime, ma da lì è iniziata davvero la mia rinascita”.

Passo dopo passo, Adriana riesce a liberarsi anche dal metadone. Trova un lavoro, ottiene nuove qualifiche professionali, prende la patente per autobus e l’abilitazione per il servizio taxi. Oggi lavora come operaia e da circa un anno vive in un appartamento in affitto tutto suo. “Oggi sono contenta – ci dice - sono carica e voglio andare avanti perché sto meglio qui di dove ero prima. Il percorso che ho fatto mi ha reso una bella persona. Oggi mi specchio e mi piace quello che vedo. Devo ringraziare anche il mio passato che mi ha dato quello che sono”.

Quella di Adriana non è soltanto una storia di dipendenza. È una storia che scuote gli animi, crea emozioni. È una storia che, assieme ad altre, è stata raccontata in un libro dal titolo “Vietato morire. Storie di ordinarie resistenza” realizzato da Renata Busettini, Carla Carucci, Max Ferrero, Paola Meina, Clarissa Pattocchio e Gioele Urso.

Quindici donne, quindici storie raccontate attraverso quattro percorsi di lettura diversi, quello visivo fatto dalle fotografie di Max Ferrero, quello uditivo grazie ai testi e alla voce narrante di Carla Carucci tramite Qr code, quello cronachistico con il giornalista Gioele Urso e infine quello personale e intimo con i testi di Paola Meina e Clarissa Pattacchio.

C'è la storia di Pinky Aulay che nel 2015 il marito tenta di uccidere dandole fuoco, di Allegra Magenta, promessa del softball che nel 2012 viene coinvolta in un terribile incidente che le fa perdere il braccio destro, e ancora la storia di Paola Fratini colpita da un tumore al seno, quella di Haiiba Hassan che ha visto la vita spezzata a causa di una guerra che le ha portato via i suoi 5 figli fino a quella di Filomena Lamberti, vittima dell'odio dell'ex marito che nel 2012 le ha gettato addosso una bottiglia di acido solforico e tante altre.

Storie diverse, unite da un filo comune: la capacità di resistere. Un progetto nato con l’obiettivo di dare spazio e voce a chi spesso rimane ai margini e che ora punta ad arrivare anche a Trento, attraverso una mostra fotografica, per permettere a sempre più persone di conoscere questi percorsi di dolore, coraggio e rinascita.