L'oceano trattiene da solo quasi un terzo della CO₂ che immettiamo ogni anno. Alcuni ricercatori australiani vogliono costringerlo ad assorbirne ancora, ritoccando la chimica dell'acqua salata. La tecnica ha un nome: aumento dell'alcalinità oceanica.
A firmarne l'analisi su The Conversation sono tre studiosi del CSIRO, l'ente scientifico nazionale australiano — Harris Anderson, Andrew Lenton e Mathieu Mongin.
Il principio è una vecchia conoscenza della chimica. L'acqua di mare è alcalina perché in milioni di anni ha inghiottito i minerali sciolti dall'erosione delle rocce, e più è alcalina più CO₂ riesce a convertire in bicarbonato stabile, sottraendola a quella coperta cosmica di gas serra che, scrivono gli autori, trattiene il calore del pianeta.
La natura lo fa già, troppo lento però — osservano — per il clima che cambia. Aumentarla, l'alcalinità, significa accelerare quel processo a mano, aggiungendo all'acqua idrossido di sodio disciolto o rocce silicatiche e carbonatiche macinate: materiali che catturano il carbonio e lo bloccano in forma disciolta.
I collaudi finora sono stati piccoli. Nel 2023, nella baia di Woodbridge, in Tasmania, il gruppo del CSIRO ha rilasciato acqua addizionata di idrossido di sodio e seguito l'effetto a valle: la pressione parziale della CO₂ è scesa al massimo di 22-77 µatm, un segnale sotto il 5%, e il pennacchio d'acqua modificata si è disperso nel raggio di pochi metri.
Nuovi test attendono nel Bass Strait, a bordo della nave oceanografica RV Investigator. Il fronte è più largo dell'Australia. Nell'agosto 2025, nel Golfo del Maine, il progetto LOC-NESS del Woods Hole Oceanographic Institution ha portato in mare tre navi per il primo esperimento statunitense autorizzato dall'agenzia federale EPA, inseguendo una chiazza di alcalinità nell'Atlantico.
Restano i dubbi. Su quale scala la cosa funzioni nessuno lo sa davvero, ed è la scala a stabilire se servirà mai ai traguardi di neutralità fissati a Parigi nel 2015; correnti, venti, profondità e stagioni cambiano da un tratto di mare all'altro quanta CO₂ finisce catturata, così che ogni progetto va ritagliato sul posto.
C'è poi il capitolo umano: gli studi condotti in Tasmania descrivono comunità costiere diffidenti, che chiedono di decidere e non solo di essere consultate, e in Australia il confronto passa anche dalle First Nations e dal legame che gli autori chiamano Sea Country.
Tra un pennacchio che svanisce in pochi metri e i miliardi di tonnellate da togliere all'aria corre tutta la distanza che separa una prova da un rimedio — per l'IPCC, restare sotto i 2°C ne chiederebbe da 100 a mille entro fine secolo.
L'oceano rimane il più grande serbatoio naturale di carbonio del pianeta, e la domanda vera è quanto ancora possa incassarne senza guastarsi.
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