Intervista.
19 agosto 2026 alle 00:44
La guerra a Gaza, la prigionia in Iran La reporter Cecilia Sala oggi a TortolìRinchiusa per 21 giorni nel carcere di massima sicurezza di Evin, a Teheran, oggi Cecilia Sala osserva le nuove generazioni di Israele, Palestina e Iran nel saggio “I figli dell’odio” (Mondadori). Dopo il tutto esaurito di ieri sera a Cagliari, al Giardino d’Inverno del Doglio per le “Anteprime del Dicembre Letterario” del Club Jane Austen, e la partecipazione al festival Propagazioni di Oristano, la giornalista sarà stasera a Tortolì per il “Venerdì Letterario” e domani a Sant’Antioco per aprire la terza edizione della rassegna “Aperitivo con l’Autore”.
Cecilia Sala, che cosa emerge dal suo libro?
«Nel caso di Israele, è spaventoso scoprire che è più facile trovare un attivista contro l’occupazione anziano e un radicale molto giovane. Questo ha delle spiegazioni: il libro comincia nel 2023 nel primo insediamento illegale israeliano in Cisgiordania con una tredicenne, una quindicenne e una sedicenne che alzano uno striscione con su scritto: “Se tua moglie non è ebrea, cacciala di casa assieme ai figli che ti ha dato”, un brano tratto dalla Bibbia. Quelle ragazze rappresentano un estremo rilevante per il discorso che porto avanti in quel capitolo, sintetizzato anche da un sondaggio che dice che già da prima del 7 ottobre la maggioranza dei giovani israeliani era contro la nascita di uno Stato palestinese, al contrario della larga maggioranza dei loro genitori quando avevano la loro stessa età. Nel caso di Israele e della Palestina, è un racconto di giovani più incattiviti dei loro padri, anche per gli errori e i fallimenti dei loro padri».
La storia che rappresenta meglio questo fallimento?
«Quella di un padre di Jenin, la città più indomita dei territori palestinesi occupati in Cisgiordania, che cerca di insegnare al figlio che è una follia pensare di sconfiggere Israele a pietre e fucilate e che l’unica strada è la diplomazia. Il figlio non ci crede, si fida solo dei suoi fucili di fabbricazione americana. Morirà a 19 anni cercando di tendere un’imboscata alle truppe israeliane».
Perché i giovani israeliani non vogliono uno Stato palestinese?
«Una spiegazione è che sono cresciuti quando Gaza era già stata sigillata e i muri in Cisgiordania già alzati. Non conoscono i palestinesi, anche se a volte ci abitano a poche centinaia di metri. Ed è molto più facile disumanizzare qualcuno che non hai mai guardato in faccia, che conosci soltanto attraverso le notizie sugli attentati terroristici, rispetto a mostrificare qualcuno con cui hai a che fare nel quotidiano».
Ne è un esempio Pallywood. Cos’è?
«Pallywood, un fenomeno della propaganda di guerra online israeliana, è la crasi tra Palestina e Hollywood. Sono influencer che sostengono che la sofferenza dei palestinesi sia inventata o, peggio, la deridono. Esistono gruppi Telegram in cui i soldati dell’Idf postano le atrocità commesse a Gaza e la gente comune in Israele risponde con cuoricini, orsacchiotti che ballano, emoji festanti».
Che può fare il giornalismo?
«I giornalisti non fermano le bombe, non siglano trattati di pace, non trasportano gli aiuti umanitari né impongono sanzioni. Però dove i giornalisti non arrivano i massacri procedono più spediti, i crimini di guerra sono più numerosi, gli aiuti umanitari e le sanzioni non arrivano, perché non c’è una sufficiente pressione sulla comunità internazionale. Quindi è un disastro che i giornalisti internazionali non siano potuti entrare a Gaza ed è insopportabile che sia ancora così da tre anni, e che non sia neanche più un tema».
Dopo Evin che cosa è cambiato?
«Sono una persona un po’ diversa, è stata l’esperienza più traumatica della mia vita: in sole tre settimane ci sono stati il giorno più brutto della mia vita ma anche il più bello, quello della mia liberazione».
E professionalmente?
«Oggi le mie fonti mi vedono non solo come una testimone, ma come qualcuna che ci è passata. Se parlo con un contatto iraniano che è stato arrestato perché partecipava alle proteste, c’è una complicità ulteriore nell’avere la sensazione, da parte sua, di parlare con qualcuno che la può capire».
RIPRODUZIONE RISERVATA
Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.
• Accedi agli articoli premium
• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

