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Pablo Trincia: «Veleno mi ha devastato, sono dovuto andare in terapia. Garlasco? Uno stupro mediatico, di Chiara Poggi non frega niente a nessuno»


Lunedì 14 settembre Pablo Trincia arriva a Roma (Auditorium parco della musica) con L’Uomo Sbagliato – Un’inchiesta dal vivo, lo spettacolo che porta il giornalismo d’inchiesta sul palcoscenico. Al centro c’è la storia di Ezzeddine Sebbai, serial killer tunisino che confessò una serie di omicidi di donne anziane commessi nel Sud Italia negli anni Novanta, mentre per alcuni di quei delitti erano già state condannate altre persone. Una vicenda di errori investigativi e vite spezzate che Trincia ha trasformato in teatro civile.

Ma nell’intervista a Leggo c’è molto altro: il confine tra true crime e «pornografia del dolore», la scelta di non occuparsi di Garlasco, il caso Veleno che ancora oggi porta con sé e la terapia iniziata anche per gestire il peso di anni trascorsi dentro le tragedie degli altri. E poi il futuro: l’antica Roma, Caligola, il G8 di Genova e un desiderio sempre più forte di diventare divulgatore storico.

Come è arrivato alla storia de “L’Uomo Sbagliato”?

«Un paio di anni fa Giuseppe Sartori, grande esperto di psicologia forense, mi scrisse: “Tu ti devi occupare di Ezzeddine Sebbai”. Lo stimo molto e capii che doveva esserci qualcosa di grosso. Iniziai a studiare il caso: omicidi commessi tra Puglia e Basilicata tra il 1994 e il 1997, quasi in fotocopia, stessa tipologia di vittime e stesse modalità. Eppure per molti erano state condannate persone del posto. Poi Sebbai confessa in modo molto puntuale. Ti aspetteresti che chi è in carcere torni a casa, invece non accade. Lo spettacolo parla anche di questo: dell’incapacità di dire “abbiamo sbagliato”».

Ha pesato anche la povertà dei condannati?

«Assolutamente. Erano persone fragili, povere economicamente, culturalmente e socialmente, con meno strumenti per difendersi e sulle quali pesavano pregiudizi. È più facile indicare loro. Successe anche con i Diavoli della Bassa Modenese raccontati in Veleno. E quando una persona arriva a confessare, anche se poi ritratta, tornare indietro diventa difficilissimo».

Perché portare questa storia a teatro?

«Inizialmente pensavamo a una serie tv, poi abbiamo capito che questo materiale era più adatto al teatro. È una denuncia, una forma di teatro civile. Il teatro mi piace da morire: il palco, il camerino, i rituali, il tour. Quando salgo sul palco sono spettatore di me stesso, la storia la racconto anche a me. Se non ci credi tu, perché dovrebbero crederci gli altri?».

E il true crime non rischia di trasformare il dolore in spettacolo?

«Dipende da cosa te ne fai. Se racconti per denunciare un caso di mala giustizia, una condizione umana o il dolore di una famiglia, quel racconto ha un senso. Se lo fai soltanto per provocare brividi con sangue, sesso, coltelli e tradimenti, allora è pornografia del dolore, come con Garlasco. A me interessa capire i meccanismi umani, non raccontare un omicidio per il gusto di spiegare come qualcuno è stato ammazzato».

Ha citato Garlasco. Che cosa pensa di ciò che sta accadendo intorno al caso Chiara Poggi?

«Stanno cercando di guadagnarci attraverso ascolti e vendite.

Garlasco ormai è diventato qualcosa da comprare, vendere e rivendere: più dura e più il sistema mediatico è contento. Non frega niente a nessuno di chi abbia ucciso Chiara, ma neppure di Chiara in generale. Nessuno sa chi fosse, cosa le piacesse. Con Elisa Claps abbiamo cercato di riportare in vita lei, raccontando le sue passioni e quello che voleva fare. Altrimenti queste persone diventano soltanto volti e nomi da vendere».

Per questo non vuole occuparsene?

«Sì. Non voglio giocare a quel gioco, è uno stupro mediatico. Ci sono mille casi che meritano di essere raccontati, non ha senso buttarsi tutti sulla stessa storia».

Qual è invece la storia che non è mai riuscito a lasciarsi alle spalle?

«Veleno. Mi ha abbastanza devastato. Si parlava di figli sottratti e messi contro i genitori. Quel caso non mi ha mai abbandonato. In realtà tutte queste storie ti segnano: entri nel dolore delle famiglie, nelle case di genitori che hanno perso i figli».

Come fa a togliersi di dosso tutto questo dolore?

«Vado in terapia. Negli ultimi quattro o cinque anni ne ho avuto bisogno perché ero abbastanza provato. È pesante fare questo lavoro, anche se non voglio lamentarmene: l’ho scelto io e mi piace. Ho anche accettato che il male faccia parte dell’essere umano, ricordandomi però che esistono anche empatia, aiuto reciproco e vicinanza».

E adesso cosa l'appassiona?

«Caligola. Sto preparando uno spettacolo e vorrei diventare un divulgatore storico. È una cosa che sogno da una decina d’anni. Mi è partito il trip dell’antica Roma. Sto lavorando anche a un podcast ambientato nell’antica Roma e a un’inchiesta per Sky sul G8 di Genova. Io seguo il vento: quando una storia mi fa innamorare, le vado dietro».

Ha mai avuto paura facendo un’inchiesta?

«Solo con Veleno. Avevo figli piccoli e quella storia di bambini sottratti alle famiglie mi provocò paure irrazionali. Per il resto no. Anzi, mi gasa avere tra le mani informazioni pesanti e capire come raccontarle. Se hai un documento, una prova che sostiene quello che dici, vai avanti».

Hanno mai provato a "chiuderle la bocca"?

«No. C’è questo mito del giornalista a cui vogliono chiudere la bocca, ma dimentichiamo che il giornalismo ha un potere gigantesco. Può cambiare la vita delle persone. Quando mi chiedono se ho paura rispondo: no, siamo noi a fare paura. Se qualcuno sta indagando su di te, non sei tranquillo».

La sua comfort zone fuori dal lavoro?

«La cultura, la lettura, la curiosità. Ho i miei figli, la mia compagna e tengo molto alla mia vita privata. I miei figli hanno 15 e 13 anni, conoscono soprattutto la storia di Elisa Claps perché erano in macchina con me quando riascoltavo di continuo il podcast per controllare che tutto funzionasse bene prima della pubblicazione. Ma per fortuna non mi ascoltano molto: alla loro età devono fare altro. Io, invece, se non fossi curioso sarei una persona fortemente depressa. La curiosità mi tiene vivo».


Ultimo aggiornamento: lunedì 14 settembre 2026, 08:36

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