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Paliarete, la villa di famiglia che torna a vivere nelle campagne di Orvieto: dalle sfilate al nuovo agriturismo


Nelle campagne di Orvieto c’è una casa che ha cambiato vita senza perdere la propria storia. È il Paliarete, un casale del 1904 diventato agriturismo e ristorante, circondato da vigne, boschi e da 34 ettari di campagna. Prima ancora di accogliere ospiti, però, quelle stanze erano state immaginate per qualcosa di diverso: una casa-atelier dove Titti Brugnoli, stilista e costumista, avrebbe potuto portare le proprie sfilate. Ed è anche da qui che bisogna partire per capire il carattere del luogo.

La storia

La villa appartiene alla famiglia Brugnoli dagli anni Settanta, quando Domenico Brugnoli e la moglie Titti decisero di ristrutturare il vecchio casale. La scelta progettuale più significativa fu quella di eliminare la parte centrale del primo piano, trasformando il salone in uno spazio aperto su più livelli: il piano terra, un palchetto e un ballatoio, tutti visibili l’uno dall’altro. Non era soltanto una soluzione architettonica. Quella disposizione era stata pensata per accompagnare il movimento delle modelle durante le sfilate e per dare alla casa una dimensione quasi teatrale. Un’idea che, a distanza di decenni, continua a definire il modo in cui Paliarete viene vissuto. Il nome di Titti Brugnoli, del resto, è documentato nel mondo della moda italiana degli anni Sessanta e Settanta: compare nell’archivio storico della Camera Nazionale della Moda Italiana e in una cronaca del 1968 relativa a un defilé di moda a Salsomaggiore. È inoltre accreditata come costumista nel film Cin… cin… cianuro del 1967. 

La villa è rimasta per anni una proprietà privata, fino a quando nel 2019 è stata messa in vendita. Poi è arrivata la pandemia, e con essa una riflessione diversa sul modo di vivere gli spazi, il tempo e il rapporto con la campagna. «Dopo la situazione pandemica ci siamo ritrovati tra quelle mura con un nuovo desiderio, quello di dargli vita e tornare a uno stile di vita più umano», racconta Ferdinando Brugnoli, nipote di Titti e Domenico, ed ora gestore del posto. Nel 2021 la famiglia ha acquistato anche i 34 ettari di terreno adiacenti alla villa. Da quel momento ha preso forma un progetto più ampio, che oggi comprende 15 ettari di bosco, quattro ettari di vigneto, un orto destinato al ristorante e una futura tartufaia. Dopo i lavori di riassetto, nel giugno del 2024 il progetto è diventato realtà con l’apertura del Paliarete.

Il passaggio dalla casa privata all’agriturismo non è stato però automatico. La difficoltà maggiore, spiega Ferdinado, è stata mettere insieme idee diverse e trovare una direzione comune che fosse allo stesso tempo coerente e funzionale. Il resto lo fa il luogo. Intorno alla villa gli spazi esterni si aprono sul paesaggio umbro con una visuale a 360 gradi: da una parte la rupe di Orvieto, dall’altra il monte Peglia, il monte Amiata, il Cetona e le colline che disegnano il territorio. La piscina si affaccia sul panorama e, a seconda della stagione, gli spazi all’aperto diventano il prolungamento naturale della casa: si può mangiare fuori, fermarsi per un aperitivo, ascoltare musica o assistere a una performance. Anche il grande salone conserva quella vocazione originaria alla trasformazione. Oggi può ospitare concerti, feste, cerimonie e progetti culturali. 

Il territorio nel piatto

Anche la cucina segue la stessa logica: partire da ciò che esiste già per provare a reinterpretarlo. La base è quella della tradizione umbra e del territorio, ma il lavoro dello chef Nicola Baiocco introduce una lettura più contemporanea. Le ricette tradizionali vengono ripensate attraverso tecniche e accostamenti capaci di modificarne la forma senza cancellarne l’origine. Il menu, volutamente composto da pochi piatti, cambia spesso. Non c’è quindi una ricetta chiamata a rappresentare il Paliarete una volta per tutte: sono le stagioni e la disponibilità delle materie prime a determinare ciò che arriva in tavola. I prodotti del territorio non sono disponibili tutto l’anno e il menu si adegua di conseguenza. Le ricette possono cambiare, combinarsi, assumere una forma nuova per poi tornare, magari, a essere quelle di prima. È un modo di intendere la cucina che segue lo stesso principio del progetto agricolo: non forzare i tempi, ma assecondarli.

Un nome che viene dal vino

Anche il nome dell’agriturismo arriva dalla storia della famiglia. Paliarete era infatti il nome dato da Domenico Brugnoli a uno dei vini che produceva. Le altre etichette della sua produzione hanno invece fornito i nomi alle camere dell’agriturismo.

Il termine richiama inoltre la dea Pale, divinità legata alla pastorizia nella tradizione romana, mentre la collina sulla quale sorge la villa è chiamata Pallarete. È un dettaglio che riporta ancora una volta al passato della proprietà: prima del ristorante, prima delle camere e prima dell’agriturismo, c’erano la terra, la casa e una famiglia che aveva già scelto di farne un luogo da vivere.

Brugnoli non cerca una differenza rispetto agli altri agriturismi della zona. Preferisce non ragionare per paragoni e individua piuttosto nell’atteggiamento di chi porta avanti il progetto il vero elemento distintivo. «Più che distinguerci dagli altri per confronto o paragone, sappiamo che l’unica vera differenza la fanno volontà e amore». È una frase che riassume, forse meglio di qualsiasi elenco di servizi, la storia del Paliarete. Perché il progetto non nasce dalla costruzione di un luogo nuovo, ma dalla scelta di riportare in funzione qualcosa che esisteva già. E il complimento che, racconta Ferdinando, è rimasto più impresso agli abitanti del Paliarete arriva proprio dagli ospiti: «Siete il nostro nuovo posto preferito». Una frase semplice, ma che restituisce l’idea di quello che la famiglia sta cercando di costruire: non soltanto un posto dove dormire o mangiare, ma una casa di campagna capace di cambiare ancora una volta funzione, senza smettere di raccontare la sua storia.

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