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Per Meloni manovra difficile e allarme per un “incidente” che può portare al voto


Roma, 26 set. (askanews) – E’ svanita la speranza dell’Italia di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo e ora la strada per la scrittura della manovra (l’ultima prima delle elezioni Politiche) è più accidentata per il governo. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già avviato da tempo un’interlocuzione con la Commissione europea per avere dei margini sull’utilizzo della flessibilità. L’idea è di stringere al massimo la cinghia negli ultimi mesi di quest’anno per avere la sicurezza di finire sotto il 3% del rapporto deficit/Pil nella prossima verifica, scorporando dunque la flessibilità per le spese su energia e difesa.

Il 22 settembre l’Istat ha pubblicato i dati confermando un rapporto deficit/Pil nel 2025 al 3,1% (con un peggioramento di 355 milioni di indebitamento netto rispetto alla stima precedente). Giorgetti ha espresso “rammarico” confermando l’obiettivo dell’uscita nel 2027. Meno composto il commento di Giorgia Meloni, ormai in campagna elettorale, che ha puntato il dito contro l’Istituto di statistica. “Mi rammarica – ha detto – perché nella stessa giornata l’Istat dice anche che rivede le stime di crescita italiana del 2024. C’era stato un errore del 30%, accaduto tutti gli anni” con le stime “che dopo sono state riviste al rialzo. Non so se l’Istat sottostimi gli italiani o il governo ma sta accadendo. Mi spiacerebbe se questo accadesse anche tra due anni e dovessimo scoprire che stavamo sotto il 3% e le stime erano troppo prudenti”.

L’andamento del Pil migliore delle previsioni per quest’anno (si dovrebbe arrivare intorno all’1% contro lo 0,6% previsto e lo 0,8% già acquisito) lascia comunque qualche decimale di spazio di manovra in deficit per quest’anno, pur restando fermo il limite per la crescita della spesa netta all’1,6% fissato dal Consiglio Ue nell’ambito della procedura per deficit eccessivo. In questo quadro si inserisce l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per le spese per la difesa e il rafforzamento del sistema energetico, formalizzata a Bruxelles l’11 settembre scorso, che consente una flessibilità di 1,5 punti percentuali di Pil per le spese di difesa nel 2026-2028 (qualcosa meno di 35 miliardi totali). All’interno del tetto complessivo, c’è un limite specifico per le spese per la sicurezza energetica di 0,3 punti di Pil su base annuale e 0,6 punti cumulati fino al 2028 (circa 15 miliardi), che a questo punto bisognerà capire se sarà interamente utilizzato. Il mancato conseguimento del deficit sotto il 3% non impedisce di richiedere al Consiglio l’attivazione della clausola, le cui spese restano comunque fuori dal limite di spesa netta nella traiettoria imposta nella procedura per deficit eccessivo (Edp). Ma di fatto i soldi spesi in più, per i paesi sotto procedura Edp, continuano ad essere considerati nel calcolo del deficit. In sostanza si verifica la cosiddetta “asimmetria”: per il paesi non in situazione di disavanzo eccessivo, queste spese non concorrono a determinare né il limite della spesa netta né l’apertura della procedura Edp se superano la soglia del 3% del deficit, mentre per il paesi sotto procedura le spese per la difesa e la sicurezza energetica, pur non incidendo sul parametro della spesa netta, vengono comunque considerate nel monte del deficit da abbattere per tornare sotto il 3%.

Quindi se il governo confermerà di voler uscire dalla procedura nel 2027, come sembra chiaro dalla dichiarazione di Giorgetti, questo vuol dire che ogni euro in più speso ricorrendo alla clausola di salvaguardia deve comunque consentire di restare sotto il 3% sia nel 2026 (le spese si calcolano da febbraio di quest’anno) sia nel 2027, e in prospettiva negli anni successivi. La richiesta di scostamento di bilancio che il governo presenterà al Parlamento dovrà quindi tenere conto di questi limiti nel caso si voglia confermare l’uscita dalla procedura nel 2027.

Gli spazi di manovra per la legge di bilancio comunque ci sono. Restano quelli derivanti dagli avanzi del Pnrr (si parla di circa 4 miliardi), per circa due miliardi già impegnati per lo stop al bollo nel 2027, e quelli derivanti dal miglioramento del Pil sia in termini di entrate fiscali che di spazi in deficit rispetto al quadro tendenziale. Per far quadrare i conti, Giorgetti dovrà anche respingere l’assalto alla diligenza di ministri e partiti, già cominciato con Matteo Salvini che ha chiesto “uno scostamento di bilancio da miliardi”. Ma anche la premier spinge per far uscire un po’ di soldi per ridurre le tasse e non doversi presentare a mani vuote agli elettori.

Come già detto, la presidente del Consiglio è ormai in modalità campagna elettorale. Disertata per la prima volta l’assemblea generale dell’Onu (cosa su cui non è mancata la polemica), questa settimana ha rilasciato due interviste (entrambe in contesti “amici”, Porta e Porta e Il Tempo), si è presentata a sorpresa alla cena di gala della Milano Fashion Week, ha varato in Consiglio dei ministri un criticato decreto che tra l’altro prevede un tetto del 30% nelle classi ai ragazzi stranieri che non conoscono bene l’italiano, oltre al divieto di burqa e niqab. Alcune delle norme che erano state pensate sono state modificate su pressione del Quirinale, in una settimana di tensione tra Palazzo Chigi e Colle, con Meloni che – proprio a Porta a porta – non ha esitato ad attaccare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Un attivismo, quello della premier, che porta a interrogarsi sul momento in cui il Paese andrà al voto. La scadenza naturale della legislatura è nell’autunno 2027 ma pochi pensano davvero che si possa arrivare fino a quel momento. “Si vota a primavera”, per alcuni, “Anche prima, a inizio 2027” per altri, secondo cui – come ci dice un membro del governo – “la sensazione è che Meloni stia cercando un incidente” per portare il Paese alle urne.

Un incidente che potrebbe effettivamente esserci sulla legge elettorale. Dopo il via libera del Senato, il testo è tornato alla Camera per la terza lettura e i voti finali sono attesi tra il 6 e l’8 ottobre. Il governo ha deciso di porre la fiducia, ma comunque ci saranno due voti segreti in cui potranno mettersi all’opera i franchi tiratori, e gli scontenti nel centrodestra non mancano: le donne che non hanno digerito la fine delle quote per la parità di genere e i peones che rischiano fortemente di non essere ricandidati. Per questo nel Consiglio dei ministri del 24 settembre Meloni ha mandato un messaggio chiaro: tutti presenti in Aula, perché se la maggioranza va sotto sulla legge elettorale le conseguenze sarebbero “inevitabili”. Ovvero: si va a casa. Predisposto anche un “servizio d’ordine” per controllare gli eventuali ribelli: personale di Fdi in osservazione dalle tribune, posti a sedere rimescolati per affiancare i possibili dissidenti a “fedelissimi” della premier. Un segno evidente di nervosismo. Anche se, come spiega l’esponente governativo di prima, “alla fine, se cadesse Meloni potrebbe essere pure contenta: si eviterebbe una manovra complicatissima e potrebbe fare una campagna elettorale di quelle che piacciono a lei, tutta in contrapposizione contro le forze che impediscono il cambiamento”.

P.S. Occhio questo fine settimana alla Calabria per le suppletive in cui Roberto Vannacci sfida il centrodestra puntando a fare della regione del Sud la Sassonia-Anhalt d’Italia. Ma di questo abbiamo già parlato nelle scorse settimane.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli