Roma, 19 settembre 2026 – Dopo Hormuz, anche Bab el-Mandeb presenta il conto all’Italia. La nuova strozzatura dei traffici marittimmi ha effetti a cascata fino ai prezzi finali dei prodotti. Con conseguenze pesanti sulle tasche dei cittadini e delle imprese. Del resto Bab el-Mandeb è la porta meridionale del Mar Rosso: da qui passano le navi dirette verso Suez e il Mediterraneo, una rotta essenziale per circa il 40% del traffico italiano. Ma, in concreto, quanto costa al nostro Paese la stretta di Bab el-Mandeb?
È il costo più immediatamente misurabile: il nolo. Aggirare l’Africa per superare la strozzatura di Bab el-Mandeb significa aggiungere giorni di navigazione, consumare più carburante e impegnare più a lungo navi ed equipaggi. In pratica si riduce anche la capacità disponibile della flotta mondiale, perché la stessa nave impiega più tempo per completare il viaggio. È un effetto moltiplicatore che spinge verso l’alto le tariffe anche sulle rotte non direttamente interessate dalla crisi. Il World Container Index di Drewry, che misura il costo medio globale dei container da 40 piedi, il 17 settembre si attestava a 4.500 dollari. Secondo gli ultimi dati disponibili, sulla rotta Asia-Mediterraneo un container da 40 piedi viaggiava intorno ai 4.200-4.700 dollari, con quotazioni cresciute fino al 43% rispetto a fine febbraio.
Con l’aumento del rischio militare, i premi “war risk” applicati alle navi che attraversano le aree più esposte del Mar Rosso possono arrivare fino al 3% del valore dello scafo. Per una nave da 100 milioni di dollari significa, in teoria, fino a 3 milioni di premio aggiuntivo per una singola traversata ad alto rischio. Nelle settimane precedenti, secondo il broker Marsh, i premi aggiuntivi nelle aree più pericolose del Medio Oriente erano già saliti rapidamente, mentre nel Mar Rosso le compagnie assicurative avevano iniziato a rivedere al rialzo le coperture.
Nel secondo trimestre del 2026 attraverso Bab el-Mandeb sono transitati in media 8,1 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi, contro i 5,4 milioni dell’ultimo trimestre del 2025. Per l’Italia questo significa una doppia esposizione: da una parte il possibile rincaro della materia prima, dall’altra quello del trasporto di greggio, prodotti raffinati e gas. Il maggior costo dell’energia si trasferisce poi su tutta la filiera industriale, dal manifatturiero alla logistica.
A rischiare maggiormente sono quelli che intercettano i grandi flussi container provenienti dall’Asia attraverso Suez. Trieste, porta naturale verso l’Europa centro-orientale, è particolarmente sensibile a uno spostamento delle rotte: con la circumnavigazione dell’Africa. Mentre Gioia Tauro, principale hub italiano di transhipment, è esposto soprattutto alle modifiche delle rotazioni delle grandi compagnie. Anche Genova, La Spezia e gli altri scali tirrenici possono subire contraccolpi.
Tra marzo e giugno 2026 le vendite italiane verso il Medio Oriente sono diminuite di circa 2,2 miliardi di euro, con una flessione del 22,7% su base annua. Una perdita che, secondo Confartigianato, rappresenta il 46,1% dell’intero calo dell’export dell’Unione europea verso l’area. Particolarmente colpiti moda, macchinari, gioielleria e arredamento: proprio alcuni dei comparti a maggiore presenza di piccole e medie imprese.