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16 agosto 2026 | 06:21

"Odissea" di Christopher Nolan
Il docente del liceo classico Paolo Sarpi spiega le possibili ragioni per cui l’opera omerica susciti ancora così tanto interesse e successo
Bergamo. Dall’Ulisse di James Joyce (1922) a quello di Mario Camerini (1954) la cultura contemporanea è piena di esempi di opere letterarie, musicali, cinematografiche e di raffigurazioni visive che pescano ispirazione dalla tradizione omerica. La domanda, però, resta una: come può, un’opera composta quasi tremila anni fa, da un Omero di cui non si conosce nemmeno con certezza l’identità, parlare ancora al mondo di oggi? E perché, tra le migliaia di opere scritte nei secoli, si continua a tornare proprio all’Odissea? Con Mauro Messi, professore di greco e latino del Liceo Classico Paolo Sarpi di Bergamo e referente del gruppo di lettere del liceo, si è cercato di dare una risposta.
Perché l’Odissea interessa ancora così tanto?
È un’opera che permette una grande introspezione, un’analisi di temi che suonano ancora contemporanei. Continua ad affascinare perché, tra quelle righe, c’è tutto e ognuno può leggere ciò di cui ha più bisogno: il romanzo di formazione, il viaggio come cammino, il rapporto tra generazioni rappresentato da Odisseo e Telemaco. Si presta a diverse letture e riesce a rispondere a bisogni di persone di ogni età: dallo studente di scuola media a quello del ginnasio, dallo studioso all’uomo adulto che è alla ricerca del senso delle cose. Sembra quasi sia stata composta per rispondere alle domande e alle necessità di chiunque ne fruisca.
Tutti possono riconoscersi in Odisseo
Nell’Odissea, Omero, chiunque egli sia, è riuscito a delineare tutte le possibili sfumature dell’essere umano. Molti dimenticano che l’Odissea è un’opera fortemente femminile, popolata da figure molto diverse tra loro: come Circe e Calipso che si contrappongono a Nausicaa e di Penelope, ad esempio. Quest’ultima è particolarmente interessante anche perché è come se fosse la versione femminile di Odisseo: è astuta, intelligente, dotata di abilità di problem solving, come diremmo noi oggi, e di parola, dote molto importante nella cultura greca. Lo si comprende bene nella scena del riconoscimento tra lei e Odisseo, che Nolan ha deciso di riproporre diversamente. E poi, come nella nostra società, tutti nell’Odissea, che siano esseri umani o dei, hanno una doppia natura. Odisseo, per esempio, vince con la parola ma se serve scocca anche la freccia, proprio come Apollo. È l’uomo che fa parte di un gruppo, ma allo stesso tempo combatte da solo contro i proci, con una violenza tipica dell’arco di Apollo. È una figura che sta costantemente sulla linea di demarcazione di due realtà diverse: tra terra e mare, tra l’umano e il divino. Forse è per questo che ci piace così tanto.
E poi c’è il mare
Certamente, il secondo protagonista dell’opera, dopo Odisseo, è il mare. Il fatto che Omero usi addirittura cinque o sei aggettivi per definirlo, qualcosa significherà. Il mare è l’altro con cui ci si misura, in cui ci si perde, è l’elemento con cui entrare in contatto per conoscere sé stessi.
Ma perché, di tutte le opere antiche, proprio l’Odissea?
Innanzitutto, perché è un’opera ben costruita: a differenza dell’Iliade, una buona traduzione permette di seguirne il racconto in modo lineare, senza rischiare di perdere il filo del discorso. Inoltre, mentre molte altre opere greche hanno bisogno di essere viste rappresentate per poter essere apprezzate, per godere dell’Odissea è sufficiente leggerla o ascoltarla. E poi è un poema che si articola su numerosi livelli: può essere letto, riletto, approfondito sempre di più.
Leggendo la traduzione dell’opera si riesce a coglierne in toto la complessità?
Una buona traduzione può rendere fruibile la lettura a un pubblico più ampio, ma il traduttore, nel suo lavoro, compie inevitabilmente anche un’ interpretazione del testo, sulla base della propria sensibilità e del proprio tempo. E poi bisogna tenere in considerazione che alcuni termini del greco antico non possono essere tradotti perfettamente nelle lingue moderne: inevitabilmente si perdono sfumature e stratificazioni di significato fondamentali per una comprensione completa.
Cosa ne pensa del film?
Il film è divisivo perché unisce storia e mito, a partire dal concetto dei “Popoli del mare” che in realtà è una scoperta storiografica relativamente recente. A mio parere è geniale. Ho trovato intelligente anche la lettura del personaggio di Odisseo: Nolan è riuscito a recuperare il vissuto dei personaggi omerici, dando loro però uno spessore contemporaneo.
Christopher Nolan è stato criticato da molti, ad esempio, per non aver inserito la scena di Nessuno. Cosa ne pensa degli adattamenti? È giusto reinterpretare le opere antiche?
Di differenze con l’opera originale ce ne sono tante, è vero. Dalla quasi totale assenza degli dei a quella dei Feaci. Profondissimo e assolutamente lontano dall’originale il pentimento di Odisseo per la distruzione di Troia: mai il protagonista omerico avrebbe messo in discussione il suo operato, al massimo avrebbe potuto riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, ma solo perché, come disse Zeus nel concilium deorum “sono gli uomini a scrivere il loro destino”. Quella presentata nel film di Nolan, a mio parere, non è riflessione pacifista ma un’osservazione sulla natura umana.
Sulla validità di un adattamento bisogna tenere in considerazione lo scopo che ci si pone: se un film nasce per un grande pubblico, per essere visto in una grande sala e, soprattutto, non vuole essere scontato, va adattato. Se invece lo scopo è studiare il poema omerico nella sua forma più pura, no.
L’adattamento realizzato in questo film testimonia ciò che, secondo il regista, l’Odissea può ancora dire al pubblico dei nostri giorni. Un classico non è un totem che vive fuori dal tempo: inevitabilmente deve essere adattato, con tutte le discussioni che questo comporta. Se l’adattamento è intelligente, allora riuscirà a mettere l’opera in dialogo con le domande e i problemi del presente. Deve essere una sfida continua. Questo non significa però stravolgere l’opera, l’adattamento deve essere fatto con rispetto filologico. Ma se questo rispetto c’è, se non permettiamo più ai classici di parlare alla nostra contemporaneità, che senso ha allora continuare a tradurli?