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Perché nello spazio c’è sempre più spazzatura (è un bel problema)


Pochi giorni fa un pezzo di un razzo Falcon 9 di SpaceX si è schiantato sulla Luna. Era lo stadio superiore utilizzato nel gennaio 2025 per lanciare due lander lunari privati: terminata la sua funzione, era rimasto nello spazio fino a finire su una traiettoria di collisione con il nostro satellite. Il 5 agosto, quattro tonnellate abbondanti di metallo hanno colpito la superficie lunare a circa 8.700 chilometri orari, scavando un nuovo cratere e sollevando un pennacchio di polvere lungo decine di chilometri, nel quale gli astronomi hanno individuato persino sodio e litio. Nessuno era in pericolo e, anzi, l’impatto è diventato un piccolo esperimento scientifico gratuito. Ma resta un’immagine piuttosto efficace del problema: andiamo nello spazio da appena settant’anni e abbiamo già cominciato a lasciarci in giro la spazzatura.

Quando un satellite smette di funzionare o uno stadio di un razzo termina il proprio lavoro, non scompare automaticamente. Può rimanere in orbita insieme a vecchi satelliti, pezzi di vettori, frammenti prodotti da esplosioni e collisioni e oggetti persi nel corso delle missioni. Alcuni vengono seguiti da Terra, molti altri sono troppo piccoli per essere localizzati individualmente. E proprio mentre la quantità di rifiuti cresce, cresce anche ciò che abbiamo da perdere: navigazione GPS, previsioni meteorologiche, telecomunicazioni, transazioni finanziarie e una parte sempre maggiore della nostra infrastruttura dipendono da satelliti che devono attraversare un ambiente sempre più trafficato.

space junk orbiting earth, illustrationpinterest

MARK GARLICK/SCIENCE PHOTO LIBRARY//Getty Images

Non l’avete visto Gravity?

Sulla Terra, incontrare un frammento metallico grande pochi centimetri non costituisce normalmente una catastrofe. In orbita le cose cambiano perché satelliti e detriti viaggiano a diversi chilometri al secondo e possono scontrarsi a velocità enormi. Anche un oggetto troppo piccolo per essere seguito facilmente può perforare o danneggiare gravemente un satellite; uno più grande può distruggerlo completamente, trasformandolo a sua volta in una nuvola di migliaia di frammenti. È la caratteristica più antipatica della spazzatura spaziale: può produrre altra spazzatura spaziale. E i satelliti ancora operativi sono già costretti a effettuare un numero crescente di manovre per evitare incontri troppo ravvicinati con oggetti abbandonati.

È da qui che nasce la famosa sindrome di Kessler, ipotizzata alla fine degli anni Settanta: superata una certa densità di oggetti, le collisioni potrebbero diventare abbastanza frequenti da alimentarsi da sole. Un satellite si rompe, i suoi frammenti ne colpiscono altri, questi producono nuovi frammenti e alcune fasce orbitali diventano progressivamente più difficili da utilizzare. Non siamo ancora circondati da un muro impenetrabile di rottami come in un film di fantascienza, ma la preoccupazione è reale: gli esperti avvertono che anche interrompendo domani tutti i lanci, in alcune orbite i detriti potrebbero continuare ad aumentare perché le collisioni producono nuovi oggetti più rapidamente di quanto quelli vecchi rientrino naturalmente nell’atmosfera.

space junk in earth orbit, illustrationpinterest

VICTOR HABBICK VISIONS/SCIENCE PHOTO LIBRARY//Getty Images

Eppure continuiamo a lanciarne

Il problema è diventato particolarmente urgente negli ultimi anni perché l’attività spaziale commerciale è esplosa. Intorno alla Terra si muovono ormai decine di migliaia di oggetti abbastanza grandi da essere monitorati e circa 18.500 sono satelliti attivi. A spingere soprattutto questa crescita sono le grandi costellazioni destinate a offrire Internet, osservazione della Terra e altri servizi: reti che non contano più qualche decina di satelliti, ma migliaia o decine di migliaia. E sulle scrivanie delle autorità di regolamentazione sono già arrivate proposte che, sommate, porterebbero il numero futuro di satelliti previsto a oltre un milione.

Per questo non basta più domandarsi se il singolo satellite sia ragionevolmente sicuro. Uno studio recente ha provato a valutare intere costellazioni e ha trovato che alcune configurazioni potrebbero superare una soglia oltre la quale la quantità di detriti comincia a crescere in modo instabile. Non dipende soltanto dal numero: contano le orbite scelte, la capacità degli apparecchi di evitare collisioni, quanto a lungo rimangono nello spazio una volta dismessi e persino le loro dimensioni. Un piccolo satellite troppo leggero per trasportare sistemi di propulsione può diventare problematico proprio perché non è in grado di spostarsi quando qualcosa gli arriva incontro. Lo spazio sta insomma diventando un’infrastruttura affollata, mentre le sue regole del traffico sono ancora decisamente meno mature di quelle che abbiamo sulle nostre strade.

space debris removal mission, illustrationpinterest

MARK GARLICK/SCIENCE PHOTO LIBRARY//Getty Images

Adesso servono anche gli spazzini spaziali

Il rimedio più semplice sarebbe naturalmente smettere di produrre nuovi rifiuti. Significa progettare satelliti capaci di rientrare rapidamente nell’atmosfera alla fine della missione, mettere gli stadi dei razzi su traiettorie sicure, ridurre il rischio di esplosioni e migliorare il coordinamento tra operatori. NASA sta investendo in sistemi per seguire più precisamente satelliti e detriti e fornire avvisi quando due oggetti rischiano di avvicinarsi troppo. Anche prolungare la vita di un satellite può aiutare: se un apparecchio può essere riparato, rifornito o mantenuto operativo più a lungo, servono meno sostituzioni e quindi meno nuovi lanci. E c’è anche un argomento economico piuttosto convincente: evitare che un rifiuto venga prodotto costa molto meno che organizzare una missione per recuperarlo in seguito.

Ma ormai prevenire non basta più, ed è così che sta nascendo un mestiere che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza: lo spazzino spaziale. Aziende come Astroscale stanno sviluppando veicoli capaci di raggiungere satelliti abbandonati e agganciarli, mentre ClearSpace lavora su sistemi robotici che possano catturare grandi detriti e portarli verso un rientro controllato o in zone meno pericolose. Il problema è anche politico: chi deve pagare per raccogliere un pezzo di ferraglia lasciato decenni fa da qualcun altro? E mentre cerchiamo una risposta, stiamo già allargando la discarica. Con il ritorno verso la Luna di missioni pubbliche e private, anche lo spazio tra Terra e Luna sta diventando più trafficato. Il Falcon 9 appena precipitato non ha fatto male a nessuno; in un futuro con basi lunari, astronauti e decine di veicoli in movimento, quattro tonnellate lanciate fuori controllo saranno molto meno innocue. Abbiamo scoperto, insomma, che persino lo spazio può avere un problema di rifiuti. Ora resta da imparare a non trattarlo come abbiamo fatto per secoli con terra e oceani: come se fosse così grande da poterci buttare dentro qualsiasi cosa.

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Scrivo di cinema, in particolare quello con i mostri, le esplosioni e i calci volanti, da prima della crisi dei mutui subprime del 2008. Ho scritto anche dei libri sull'argomento insieme al resto della redazione dei 400calci. Traduco libri, organizzo eventi e parlo anche, quando me lo chiedono. Ho persino lavorato alla scrittura di un gioco di ruolo fantasy-satirico, giusto per non farmi mancare nulla.