Andiamo in libreria.
08 settembre 2026 alle 00:35
Luca Crovi e quell’antica Roma che ancora oggi insegnaMarco Aurelio, filosofo e scrittore, imperatore di Roma dal 161 d.C. fino alla morte (180 d.C.) è una figura positiva nel panorama della Roma imperiale, che ha visto personaggi di poco valore e tanta crudeltà regnare nell’Urbe. Le sue campagne militari in Oriente, Armenia e Mesopotamia sono importanti, ma a farlo ricordare sono soprattutto le guerre germaniche contro i Marcomanni durate circa un ventennio, che lo impegnarono con il suo esercito per domare le tribù che si erano ribellate e organizzate in modo politico-militare per liberare i territori occupati dai romani.
Questi tempi di guerra ardimentosi e truculenti rivivono in “L’aquila e i lupi” (Sem Classic, 192 pp. 19 euro), primo tomo d’una ricostruzione storica che si preannuncia in più volumi come un’avventura globale che lo scrittore Luca Crovi (giallista e storico, autore di una ventina di libri tra romanzi e saggi) racconta con un incalzante ritmo western e duelli spettacolari. Marco Aurelio e Lucio Vero che però, precisa Luca Crovi, «non erano fratelli di sangue ma fratelli adottivi, adottati su disposizione dell'imperatore Antonino Pio, diventarono co-imperatori nel 161 d.C. inaugurando la prima diarchia della storia romana. Ma è Marco Aurelio ad emergere come uno statista illuminato e clemente con gli sconfitti e non troppo incline alla guerra soprattutto dopo la morte di Lucio Vero il 169 d.C.». Abbiamo incontrato lo scrittore che giovedì alle 19 nella Tenda Sordello presenterà il libro al Festivaletteratura di Mantova, e sarà presente anche ad altri sette eventi.
Crovi, perché Marco Aurelio, ancora oggi è ricordato come un grande imperatore?
«Marco Aurelio, non è mai stato raccontato in maniera negativa perché non era un bellicoso e le sue meditazioni sono state uno studio indifferibile. Da quando fu trascritto, il suo è il memoriale più studiato da imperatori e principi e dalle persone che si occupano di letteratura e di moralità. Nell’epoca contemporaneo, i precetti che hanno regalato alla sua immagine una grande positività, sono studiati nei corsi motivazionali per futuri manager».
Come divenne un grande statista e condottiero?
«Aveva una forte passione per gli studi filosofici e un carattere buono, ma fu costretto a diventare un uomo d’azione, lui che era un uomo di pensiero. Non ha compiuto grandi stragi; non ha punito la moglie che lo tradiva; non ha ucciso uno dei suoi generali che si sostituì a lui che credevano morto: era un uomo moderato e molti storici del mondo antico questa cosa l’hanno percepita, e così gli storici del nostro tempo. Tutte le fonti dell’epoca che vanno da Cassio Dione alla Historia Augusta, raccontano solo pregi di quest’uomo e la sua difficoltà di reggere l’impero assediato dai barbari, dalle nuove religioni orientali e dal cristianesimo. Tutti gli imperatori successivi cercheranno di imitarlo compreso suo figlio Commodo che aveva un’attitudine alla guerra e alla violenza molto diversa».
Marco Aurelio, storicamente più grande di Giulio Cesare?
«Cesare ha cambiato la storia di Roma, ma quando si racconta quello che ha fatto contro i Galli, si parla di genocidio. Lo raccontavano già gli antichi che uccise migliaia di galli per far carriera. Queste cose Marco Aurelio non le ha mai fatte: lui ha usato le armate per difendere il suo paese. E il popolino parlava sempre benissimo dell’imperatore che non si riteneva un Dio».
La difesa delle frontiere, così come fecero i Marcomanni, torna ad essere una necessità oltre che un diritto?
«Purtroppo sì, anche se la cosa migliore sarebbe una integrazione fra le culture. Le linee dei confini originarie dei romani, il limes voleva dire incontro e nasceva sul territorio che può essere attraversato, non su quello che viene bloccato. È la parola confinium, successiva, che cambia le cose. Il limes era la strada migliore per arrivare a un luogo con acqua e cibo e i popoli di confine dialogavano anche se molto diverse nei costumi. Nella civiltà contemporanea i confini non dovrebbero esistere perché impediscono il dialogo. Purtroppo quando c’è una strategia di guerra, un piccolo popolo è costretto a difendersi altrimenti non esisterebbe. Una volta i romani dialogavano con i popoli, e li trasformavano in cittadini romani rispettosi dei doveri richiesti da Roma».
Che cosa può insegnarci oggi la Roma d’una volta in un momento di disordine mondiale preoccupante?
«Attraverso i suoi migliori regnanti, può insegnarci un grande rispetto per le civiltà e la diversità e riportare a una scoperta della moralità e dei valori che esistono in qualsiasi momento della nostra esistenza, anche quando c’è la guerra».
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