Non è passato un anno da quando la Grande Blu, una delle cinquanta barche della Global Sumud Flottila in cui era imbarcata per raggiungere Gaza, fu intercettata dalla marina israeliana e l’intero equipaggio rinchiuso in un carcere di massima sicurezza nel deserto del Negev. Emanuela Pala, la giornalista sarda inviata di Piazzapulita su La7, racconta la sua esperienza nel libro “Ostinata umanità”, in libreria dal 22 luglio per Tlon. A Cagliari l’appuntamento con l’autrice sarà stasera alle 19.30 al Corto Maltese, al Lungomare Poetto.
Emanuela Pala, è l'umanità ostinata nel ripetere i propri errori o, nonostante tutto, ci si ostina nel restare umani?
«Le nostre barche portavano un carico di umanità ostinata, di persone che fanno sì che l'umanità continui a esistere, una cosa in questo periodo molto difficile da comprendere. Una parte della popolazione non lo capisce; non parlo di chi la critica per i propri interessi, ma chi invece non riesce a percepire perché esistono persone così umane».
Il libro si apre con una domanda: cosa spinge persone comuni a rischiare la vita per degli sconosciuti?
«Quel viaggio è molto difficile, non solo fisicamente ma psicologicamente. Per questo ho inserito le storie delle persone che ho incontrato, persone che partivano sapendo i rischi che correvano. Come Marita che scrive una lettera al figlio nel caso in cui non fosse tornata. Sapevamo che era una possibilità».
Scrive che, da sarda, la Flotilla le ha rievocato la rivolta di Pratobello del 1969.
«Ho scritto questo libro non solo per raccontare, ma anche per far capire che tutti possiamo fare qualcosa. L’abbiamo visto di recente a Cala Finanza. In barca non c’è stato nemmeno un litigio, perché quando l'obiettivo è comune tutte le differenze tra persone e culture passano in secondo piano. Eppure, nella stessa barca c’erano kurdi e turchi».
Sentendo garrire le bandiere palestinesi al momento di salpare, per la prima volta si è sentita parte di qualcosa.
«Se sei lì non puoi non sentirti parte di un qualcosa di grande. In Sicilia sono arrivati uomini e donne da tutto il mondo, anche dalla Malesia, di qualunque classe sociale, nazionalità, età; persone che provavano le stesse tue emozioni, il tuo stesso senso di impotenza. Capisci che in realtà non sei una minoranza, ma anzi puoi riuscire a fare qualcosa unendoti».
Le immagini della prigionia sono molto forti. La perseguitano ancora?
«Pian piano stanno sbiadendo, però ci ho dovuto lavorare molto. È stato difficile».
In carcere lei era il numero 63.
«È una delle cose più impressionanti, ma sono tanti i riferimenti a un passato che speravamo di aver archiviato. Per quanto riguarda il carcere, volevo si capisse che è una questione sistemica. E se quello è stato il trattamento riservato a noi occidentali, provate a immaginare quello dedicato ai palestinesi».
Luizianne, parlamentare brasiliana, dice che il giornalismo non è neutrale e che la memoria è una forma di giustizia.
«Il giornalista per essere oggettivo deve sentire tutte le campane, ma non è neutrale. Nel momento in cui succede qualcosa che va contro la nostra Costituzione, contro i diritti umani, contro il diritto internazionale il giornalismo deve farsi controllore».
Però, raccontando il presente, aiuta a costruire una memoria. È una forma di giustizia, no?
«Per questo i giornalisti in determinati posti non li vogliono».
Quando siete rientrati vi hanno chiesto: “che cosa vi aspettavate?”
«Il rispetto dei diritti umani. Dopodiché, non ho altro da dire».
È cambiato nell'opinione pubblica l'atteggiamento verso quello che accade a Gaza?
«Penso che la Flottiglia, proprio per il fatto che eravamo persone comuni, abbia avvicinato molte persone che si sono chieste “e io cosa sono disposto a fare”? Perché se uno chiude gli occhi su una cosa del genere, alla fine li chiude anche sui piccoli soprusi quotidiani».
Nel libro c'è un ricordo commovente di Vittorio Arrigoni.
«Vik era l'ombra della Flottiglia, è sempre stato con noi... speravamo di arrivare proprio come aveva fatto lui. Perché la speranza di arrivare c'è sempre stata, fino alla fine».
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