
Teresa Stabile assassinata dal marito il 16 aprile del 2025

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Busto Arsizio (Varese) – Ergastolo. La Corte d’Assise di Busto Arsizio ha inflitto la pena massima a Vincenzo Gerardi, il 58enne che il 16 aprile 2025 uccise con 16 coltellate la moglie Teresa Stabile nel cortile del complesso residenziale di Samarate dove entrambi vivevano, ormai separati di fatto, in due appartamenti distinti. Una sentenza che accoglie integralmente la linea della Procura, riconoscendo le aggravanti della premeditazione e degli atti persecutori. La decisione è arrivata dopo circa quattro ore e mezza di camera di consiglio. Oltre alla condanna al carcere a vita, sono stati riconosciuti complessivamente 880mila euro di provvisionale immediatamente esecutiva ai genitori, ai due figli e alla sorella della vittima.
Il delitto si consumò nelle prime ore del mattino del 16 aprile 2025. Teresa Stabile stava uscendo di casa per raggiungere il posto di lavoro quando venne sorpresa dall’ex marito nel cortile del residence di via San Giovanni Bosco. Tra i due il matrimonio era ormai finito: dopo 32 anni di vita insieme, la donna aveva chiesto la separazione nel dicembre 2024 e da tempo aveva scelto di vivere in un appartamento diverso, sempre all’interno dello stesso complesso residenziale. Secondo la ricostruzione della Procura, Gerardi aveva atteso la moglie e l’aveva aggredita armato di coltello. Teresa tentò disperatamente di difendersi e di fuggire, ma fu raggiunta da 16 fendenti che non le lasciarono scampo. La donna morì nel cortile di casa davanti agli occhi di alcuni residenti.

Delitto di Samarate
Subito dopo l’omicidio il 58enne venne arrestato. Confessò l’omicidio, sostenendo però di aver agito d’impulso, in un momento in cui avrebbe «perso la testa». Una versione che non ha mai convinto gli inquirenti e che è stata definitivamente smentita nel corso del processo. Determinante la perizia psichiatrica, che ha stabilito come Gerardi fosse pienamente capace di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Per il pubblico ministero non si è trattato di un gesto improvviso, ma dell’epilogo di una lunga escalation di controllo, possessività e persecuzioni nei confronti della moglie, culminata quando Teresa aveva deciso di interrompere definitivamente il matrimonio e costruirsi una nuova vita. A rafforzare la tesi della premeditazione sono stati anche gli scritti lasciati dall’imputato ai figli prima dell’omicidio. Per la Procura quelle lettere, interpretate come un vero e proprio testamento, dimostrano che Gerardi aveva pianificato un progetto omicida e suicidario già prima del 16 aprile.
Anche la gelosia, invocata dalla difesa come possibile elemento di alterazione emotiva, è stata respinta dall’accusa, che ha richiamato la giurisprudenza della Corte di Cassazione secondo cui non rappresenta una circostanza attenuante, ma può costituire un motivo futile e quindi aggravante. Le parti civili, rappresentate dagli avvocati Manuela Scalia per i genitori e la sorella della vittima e da Cesare e Simona Cicorella per i figli della coppia, avevano chiesto la massima pena parlando di un «ergastolo emotivo» destinato a pesare per sempre sulla vita dei familiari di Teresa. Nel corso del dibattimento hanno inoltre sostenuto che Gerardi non abbia mai mostrato un vero pentimento, nonostante la confessione.
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