Sorpresa: «L'Italia s'è desta», almeno per la capacità di spendere i soldi del Pnrr. Ieri l'Istat ha rilasciato i dati di contabilità nazionale per il secondo trimestre del 2026, e le cifre permettono alcune interessanti considerazioni.
Sappiamo tutti che, nel primo quarto di secolo disegnato dalla contabilità nazionale trimestrale (che parte dal 1996) l'economia italiana ha ristagnato, principalmente a causa degli scarsi consumi delle famiglie, a loro volta collegati ai bassi aumenti salariali (piccolo inciso: le esportazioni sono andate bene, ma solo perché l'industria italiana ha guadagnato competitività usando la leva dei bassi salari e non quella degli aumenti di produttività).
I grafici mostrano due periodi: il primo quarto di secolo, dall'inizio del 1996 alla fine del 2019; e i sei anni (abbondanti) seguenti, dalla fine del 2019 al secondo trimestre 2026. E mostra gli andamenti degli investimenti nei due periodi per i tre maggiori Paesi dell'Eurozona: Germania, Francia e Italia (i dati del trimestre scorso per gli altri Paesi dell'Eurozona saranno disponibili solo il 7 settembre).
Abbiamo detto che il ristagno del primo periodo deve molto ai consumi delle famiglie, ma anche gli investimenti non sono stati da meno: in quei 25 anni le spese in conto capitale sono andate aumentando di meno dell'1% annuo, contro aumenti doppi o tripli in Francia e Germania. E nel secondo periodo? Come si vede, c'è stata da noi una involata degli investimenti fissi lordi. «Fu vera gloria?», si chiedeva il Manzoni a proposito delle prodezze belliche di Napoleone Bonaparte. E il Nostro non si pronunciava («ai posteri l'ardua sentenza»). Noi invece ci pronunciamo, dato che la sentenza non è ardua: no, non fu vera gloria. La performance degli investimenti fu falsata da una possente una tantum: la folle e meritoria e dispendiosa saga dei bonus e superbonus edilizi.
Ma proseguiamo nell'analisi degli investimenti comparati, dove troveremo alcuni scampoli di 'vera gloria'. L'impatto dei bonus edilizi, ormai in via di esaurimento (gli investimenti in abitazioni si sono quasi dimezzati, nell'ultimo dato trimestrale, rispetto allo zenit raggiunto nel primo trimestre 2023) ha riguardato principalmente la manutenzione straordinaria delle case (che fa parte degli investimenti in abitazioni) e ha toccato solo tangenziamente altri tipi di investimenti, come i macchinari.
A proposito di quest'ultima categoria il grafico (che mostra gli investimenti in macchinari, attrezzature, armamenti e mezzi di trasporto), mostra che i nostri investimenti avevano, nel primo periodo, più o meno tenuto il passo rispetto a Francia e Germania. E nell'ultimo periodo? Qui c'è una consolazione: la performance delle spese in conto capitale non è dovuta solo a quella che gli anglosassoni chiamano 'una fiammata nella padella' (i bonus) ma si è estesa anche agli investimenti produttivi, che sono aumentati nettamente di più - per merito nostro o per demerito loro - di quelli di Francia e Germania.
Là dove la consolazione cede il posto alla 'gloria' sta nell'altra categoria degli investimenti produttivi: le spese per l'edilizia non residenziale (capannoni, uffici, centri commerciali...) e per le opere pubbliche. Anche qui, dopo un primo periodo in cui, lungo 25 anni, i nostri investimenti erano addirittura diminuiti (insieme a quelli della Germania, che era ossessionata dal rigore dei conti e aveva messo il freno agli investimenti pubblici), è arrivata una performance che fa stropicciare gli occhi dalla sorpresa. In sei anni i nostri investimenti sono più che raddoppiati, rispetto alla stagnazione o peggio degli altri due grandi Paesi. L'unica spiegazione è quella delle spese del Pnrr, con buona pace di quanti pontificano - senza evidenze statistiche - che il Pnrr ha fallito.
Tutto questo è successo in un periodo in cui l'economia italiana ha dovuto avanzare controvento, dato che sia i tassi d'interesse reali (più alti che nel resto dell'Eurozona) che la finanza pubblica giustamente restrittiva (più che nel resto dell'Eurozona) giocavano contro (vedi «Il Messaggero» del 7 maggio). Ora, è vero che il Pnrr, come i bonus edilizi, è stato anch'esso un'una tantum, e ci dobbiamo giustamente preoccupare di quello che succederà quando quella spinta si esaurisca. Ma è anche vero che questa una tantum si è portata appresso un'una semper: quei soldi sono stati spesi, malgrado le difficoltà burocratiche che molti pensavano avrebbero potuto ostacolare quella spesa.
Lo sforzo che l'Italia ha dovuto fare per far funzionare il Pnrr, iniziando a sciogliere lacci e lacciuoli e avviando il disboscamento di adempimenti e regolamenti, le ha ottenuto riconoscimenti internazionali (vedi «Il Messaggero» dell'11 aprile), ed è di buon augurio per il futuro.
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