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Prolungare la fertilità oltre la menopausa


Simone Valesini
Credit: Daniel Reche/Pexels

In Europa facciamo figli sempre più tardi: l’età media delle madri alla nascita del primogenito è arrivata a 29,9 anni in Ue, 31,9 in Italia. Le ragioni sono culturali ed economiche. Ma se da un lato scegliere liberamente se e quando mettere su famiglia è senz’altro una conquista, per molte donne posticipare l’arrivo dei figli in una fase più avanzata della vita significa scontrarsi con le leggi inflessibili della biologia: rimanere incinte diventa sempre più complicato, e rischioso, con il passare degli anni, per farsi quindi impossibile (a meno di ricorrere alla Pma) con l’arrivo della menopausa.

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Per questo motivo, molte ricerche stanno tentando di trovare un modo sicuro per prolungare la fertilità femminile e preservare la riserva ovarica oltre il suo limite temporale naturale. È quello che sperano di fare i ricercatori dell’Università di Huazhong, in Cina, che in uno studio pubblicato su Nature Aging hanno appena descritto un meccanismo molecolare in grado di rallentare l’invecchiamento delle ovaie, e ritardare di conseguenza l’inizio della menopausa.

Il meccanismo

L’invecchiamento dell’apparato riproduttivo femminile è caratterizzato da un processo di fibrosi progressiva che altera l’architettura delle ovaie. Con l’avanzare dell’età, la matrice extracellulare che circonda i follicoli tende ad accumulare collagene, diventando sempre più rigida e creando un ambiente sfavorevole allo sviluppo degli ovociti. Si ritiene che questo processo sia una delle cause principali del calo della fertilità femminile che sopraggiunge con l’età, e del sopraggiungere della menopausa.

Per comprendere quali segnali molecolari attivino questa trasformazione, i ricercatori hanno analizzato campioni di tessuto ovarico prelevato per ragioni mediche a donne tra i 18 e i 52 anni di età in pre-menopausa. Attraverso il sequenziamento dell’Rna e l’analisi proteomica hanno identificato le molecole responsabili dell’attivazione dei fibroblasti, le cellule che producono la matrice extracellulare e ne inducono il progressivo irrigidimento.

I dati hanno evidenziato che la sovraespressione di una citochina nota come interleuchina 11 e del suo recettore, Il11ra1, rappresenta l’elemento chiave nel processo di irrigidimento. La secrezione di questa citochina, in effetti, aumenta in modo costante con l’età nei topi, nei ratti e nella specie umana, ma si manifesta anche in presenza di condizioni patologiche come l’endometriosi, la sindrome dell’ovaio policistico e in seguito ai trattamenti chemioterapici.

L’esperimento

Identificato il possibile colpevole, i ricercatori hanno quindi testato il suo funzionamento in laboratorio, con una serie di esperimenti su topi, in cui hanno inibito l’attività dell’interleuchina 11 negli animali con due differenti approcci: prima tramite la modificazione genetica diretta per disattivare il gene corrispondente, poi mediante la somministrazione di nanoparticelle caricate con Rna ad azione silenziante. 

Gli interventi hanno prodotto una netta diminuzione dei depositi di collagene e una riduzione quantificabile della rigidità delle ovaie. Dal punto di vista funzionale, le femmine di topo anziane trattate con le nanoparticelle hanno mostrato una riserva follicolare meglio conservata e livelli ematici superiori di estrogeni e di altri indicatori della funzionalità ovarica, e hanno generato una prole più numerosa per gravidanza rispetto agli animali non trattati della stessa età.

Dalla prevenzione alla clinica

I risultati rafforzano l’ipotesi che la matrice ovarica non costituisca un semplice supporto strutturale inerte, ma sia piuttosto un microambiente dinamico il cui stato condiziona il destino dei follicoli. La possibilità di agire sull’interleuchina 11 apre quindi nuove prospettive d’intervento per diverse condizioni cliniche. In ambito oncologico, una terapia mirata potrebbe essere impiegata prima o durante la somministrazione di farmaci citotossici per prevenire l’insufficienza ovarica prematura indotta dalla terapia.

Il controllo della risposta fibrotica potrebbe offrire nuove opzioni per le pazienti colpite da sindrome dell’ovaio policistico o endometriosi grave. E ovviamente, potrebbe portare in futuro a sviluppare strategie con cui prevenire l’invecchiamento delle ovaie e preservare la fertilità femminile anche in età più avanzata. Gli autori dello studio sottolineano tuttavia che il passaggio dalla sperimentazione animale all’applicazione sull’uomo richiederà ulteriori approfondimenti per verificare la sicurezza a lungo termine dell’inibizione sistemica della proteina e la sua effettiva efficacia clinica.