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Puglia, Vincenzo Cesareo nuovo presidente di Unioncamere: «Transizione e industria»


La Puglia produttiva attraversa una fase di transizione che non riguarda soltanto tecnologie e decarbonizzazione, ma investe la tenuta sociale dei territori. Un quadro con cui dovrà misurarsi Vincenzo Cesareo, appena eletto all’unanimità alla presidenza di Unioncamere Puglia, dove succede a Luciana Di Bisceglie. Imprenditore tarantino, presidente della Camera di commercio Brindisi-Taranto e alla guida di Comes, ha maturato la sua esperienza direttamente nell’industria. E ha una posizione netta: la transizione non può tradursi nella rinuncia alla produzione. Infrastrutture, costo dell’energia e divario con il Nord completano l’agenda di un mandato che parte dai nodi dell’economia regionale.

Cesareo, lei arriva alla presidenza di Unioncamere Puglia da Taranto e Brindisi, dove industria, ambiente e occupazione formano uno dei nodi più difficili del Sud. Se la transizione deve essere sostenibile anche socialmente, quanto si può chiedere alle comunità di aspettare di fronte a chiusure, riconversioni e perdita di posti di lavoro?

«La transizione è uno status, un modo di essere della nostra comunità. Taranto e Brindisi sono stati attanagliati da crisi ambientali, ma non credo che queste vadano risolte semplicemente chiudendo imprese e industrie, come sta avvenendo a Brindisi e, per quanto riguarda l’Ilva, a Taranto. Sulla vicenda Ilva ho lanciato, e alcuni colleghi stanno già seguendo l’esempio, una call alla comunità: se vogliamo capire quale transizione sia possibile, dobbiamo guardare i documenti».

Nel caso dell’Ilva, allora, quale transizione concretamente sostenibile?

«A Taranto siamo molto preoccupati per la chiusura dell’area a caldo: sono convinto che quella a freddo non sia sostenibile senza, per ragioni energetiche e di economie di scala. Questo non significa puntare solo sugli altiforni: ben vengano i forni elettrici, ma il rottame è introvabile o molto costoso e il preridotto richiede comunque impianti impattanti. Industria e salute possono convivere e produrre benessere. Dove si è rinunciato alla produzione industriale, i risultati non sono stati lusinghieri. Bilbao, spesso citata come esempio, è risorta vent’anni dopo la chiusura dello stabilimento siderurgico, attraversando nel frattempo una fortissima crisi».

Alla Fiera del Levante, a Bari, Giorgia Meloni ha rivendicato i risultati del governo sull’occupazione e indicato nella stabilità politica una condizione per programmare gli investimenti, definendo il Sud una “locomotiva” del Paese. Una lettura convincente o parziale, se non si considerano anche salari, produttività e qualità del lavoro?

«La narrazione della presidente del Consiglio non è di per sé sufficiente, anche se la stabilità e la possibilità di programmare nel lungo periodo sono essenziali per le imprese. Ma pesano anche burocrazia, costo dell’energia, sul quale non è stato fatto abbastanza, e infrastrutture. Ben venga una Zes (Zona Economica Speciale) estesa se amplia i benefici della semplificazione; non se smette di essere uno strumento per colmare il gap infrastrutturale del Sud. Un imprenditore investe dove ci si muove meglio, le merci viaggiano più velocemente e i mercati sono più vicini. La Zes ha favorito gli investimenti al Sud e vorrei continuasse a farlo».

Quanto pesa la difficoltà del Sud di offrire percorsi professionali e di carriera competitivi e che cosa non funziona nel rapporto tra giovani e sistema produttivo?

«Al Sud per un giovane è più difficile costruire un percorso professionale. Molti vanno al Nord e poi all’estero, attratti da retribuzioni e possibilità di carriera migliori. C’è anche un problema generazionale: non riusciamo a lasciare ai giovani il giusto spazio. Allo stesso tempo, le imprese non trovano le competenze di cui hanno bisogno e i giovani conoscono poco quelle del Sud. A Milano il tessuto produttivo è molto più fitto; qui le distanze sono maggiori e le imprese meno visibili. Come sistema camerale vogliamo creare le condizioni perché i ragazzi possano fare impresa qui, anche attraverso la finanza agevolata regionale e comunitaria».

Unioncamere rappresenta oltre 370 mila imprese, in gran parte piccole e medie. C’è il rischio che le politiche per la transizione verde e digitale favoriscano soprattutto le aziende più strutturate?

«Lo considero in parte un falso problema. È vero che le aziende più strutturate hanno maggiore accesso alle competenze e ai manager che possono accompagnarle nei processi di transizione e quindi sono più avvantaggiate. Ugualmente nella ricerca e sviluppo, nell’innovazione e nella transizione digitale. Ma come sistema camerale abbiamo messo a punto strumenti rivolti soprattutto alle piccole e medie imprese per accompagnarle in questi processi».

A Taranto il futuro della siderurgia resta incerto. Cosa chiedere al governo per tenere insieme industria, ambiente e occupazione?

«Non sono abituato a chiedere, ma a essere parte della soluzione. Il mio stabilimento è a duecento metri dai parchi minerali dell’ex Ilva e credo sia il più green d’Europa: ci sono alberi anche nei capannoni. Tre anni fa abbiamo iniziato a recuperare un sito industriale dismesso degli anni Cinquanta; l’investimento è quasi ultimato, manca la parte sull’idrogeno. E anche alcuni vicini hanno cominciato a recuperare siti dismessi. Vogliamo dimostrare che anche a Taranto si può fare impresa in modo ecologicamente e socialmente sostenibile».

Quale sarà, nei primi mesi, una priorità concreta della sua presidenza di Unioncamere Puglia?

«Sulla sostenibilità ci impegneremo molto, ma lavoreremo anche su turismo e internazionalizzazione. Vogliamo accompagnare le imprese, attraverso fiere e missioni, non solo a entrare in nuovi mercati, ma a maturare la cultura necessaria per lavorarci».