di Riccardo Bianchini
Sono passati quasi 25 anni da quando Manuel Poggiali, lo sportivo più vittorioso di San Marino, andò a tutto gas verso la storia. Era il novembre del 2001 quando il numero 54 rientrò nella Repubblica da trionfatore, dopo aver vinto il Motomondiale nella classe 125 con la Gilera. Acclamato dalla folla come un imperatore romano, prese parte ai festeggiamenti di una giornata che sembrava una festa nazionale: bandiere sventolanti, cartellonistica sugli alberi, sulle staccionate, dappertutto. Nel 2003, quando vinse anche il titolo della classe 250 con l’Aprilia, fu di nuovo festa, come se fosse la prima volta. Nella sua carriera nel Motomondiale ha totalizzato 1.111 punti, conquistando 12 vittorie e 35 podi. Traguardi storici che ancora oggi rappresentano alcune delle pagine più importanti della storia sportiva della Repubblica di San Marino. Dopo il ritiro è stato nominato nel 2021 ambasciatore allo sport del piccolo Stato. Oggi, oltre a questo, ricopre il ruolo di rider coach della Ducati, incarico che nel 2025 gli ha permesso di conquistare di nuovo il titolo iridato, questa volta insieme al pilota Marc Márquez e alla casa di Borgo Panigale.
Manuel com’è nata la sua passione per il motociclismo?
"È partita per caso una sera d’estate del 1993. Ero al luna park di Miramare con gli zii paterni e qualche amico e, a un certo punto, il gruppo con cui ero andò a divertirsi con le minimoto. Io, ovviamente, non essendoci i miei genitori e visto che ero minorenne, non presi parte al divertimento, ma lì, guardandoli girare, si accese una miccia. Tornato a casa cercai subito di convincere i miei genitori perché mi dessero la possibilità di provare. E la risposta fu: ‘Se sarai promosso a scuola, vedremo di soddisfare questo tuo sogno’. Da lì cominciai a studiare forte come non mai e, a promozione acquisita, mi ritrovai la moto in garage. Poi ho ottenuto la mia prima licenza agonistica. È stato così che ho iniziato i primi passi con le minimoto".
A distanza di anni cosa rappresenta per lei il titolo mondiale ottenuto nel 2001?
"La realizzazione di un sogno che è nato fin da quando ero bambino".
Momento chiave di quella stagione?
"La prima vittoria: mi ha definitivamente consacrato e mi ha dato la consapevolezza di poter vincere e di potermela giocare alla pari degli altri".
Il suo punto di forza quale è stato?
"Essere costantemente veloce e consapevole di potercela fare".
È molto legato al casco con cui ha vinto il suo primo mondiale.
"Quella grafica rappresentava uno spirito libero. Fu creata da Aldo Drudi e prendeva spunto dagli indiani, da loro che erano quelli che perdevano sempre, nonostante combattessero fino alla fine. Volevo loro sul casco perché ho sempre sperato che un bel giorno gli indiani potessero vincere e ho in molte occasioni cercato di portare avanti questo messaggio. Ci sono riuscito a farli trionfare".
Momento più impegnativo della sua vita?
"La morte di mio padre. Mi è mancato un punto di riferimento. Il titolo l’ho dedicato a lui. Non ho mai mollato perché era qualcosa in cui credevamo entrambi".
Quale consiglio sente di voler dare ai giovani piloti di oggi? "Di sognare. A me ha aiutato molto".
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