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«Quanto ci siamo divertiti io e Paul Auster»


«Un giorno c’è la vita. Per esempio un uomo sano, neanche vecchio, senza trascorsi di malattie. Tutto è com’era prima e come sarà sempre. Passa da un giorno all’altro pensando ai fatti suoi, sognando solo il tempo che ancora gli si prepara. Poi, d’improvviso, capita la morte». Inizia così L’invenzione della solitudine, un libro a metà tra memoir e saggio che Paul Auster scrisse dopo la morte del padre. «La storia comincia, nel tuo corpo, come nel tuo corpo finirà tutto», scriveva invece in Diario d’inverno, dedicato alla memoria della madre.

Fa uno strano effetto rileggere questi passaggi, ora che è appena uscito Storie di fantasmi (pubblicato da Einaudi, traduzione di Gioia Guerzoni e Cristiana Mennella), «una specie di diario, una geografia di detti e non detti» che Siri Hustvedt ha scritto dopo la morte di Paul Auster, avvenuta alle 18:58 del 30 aprile 2024. Oltre a essere una scrittrice, una poetessa, Siri era anche la moglie di Paul. Si erano conosciuti nel 1981 e, a parte una piccolissima pausa di qualche giorno, non si erano più lasciati. Nel libro troviamo pensieri, riflessioni, una continua altalena umorale fatta di ricordi, lettere, oggetti, immagini perdute che ogni tanto ritornano per ingannare il tempo. Ci vediamo su Zoom, io e Siri. Devo ancora metabolizzare davvero quello che ho letto. La quotidianità che cambia per sempre, lei che dorme ancora sullo stesso lato del letto, la scrivania piena di penne e di quadratini Tipp-Ex di carta correttiva, il cimitero di Green-Wood dove viene sepolto Paul, le lettere che, prima di morire, scrive a Miles, il nipotino appena nato, l’odore di sigari che ogni tanto si sente dentro la casa, che si è fatta «architettura del ricordo». Vorrei chiederle se sia riuscita a scrivere almeno una pagina di questo libro senza piangere. E invece parto dalla scrittura, uno dei luoghi magici e ideali dove lei e Paul si sono incontrati. Ricordando sempre che «non lo fai per i soldi, né per la gloria o per i lettori, scrivi perché non puoi farne a meno».

GQ: In Esperimento di verità, Paul Auster racconta di aver capito che sarebbe diventato uno scrittore il giorno che ha incontrato Willie Mays, grande giocatore di baseball e idolo di Auster di quand’era ragazzo. Lei, invece, quando ha capito che sarebbe diventata una scrittrice?

SH: L’ho capito quando avevo tredici anni. Mi trovavo a Reykjavik con la mia famiglia, ho passato tutta l'estate a leggere dei romanzi. Una notte, stavo leggendo David Copperfield. Sai che a Reykjavik, in estate, il buio non arriva mai, e facevo fatica a dormire, per la prima volta nella mia vita. Quindi sono rimasta in piedi a leggere. Ero così toccata dalla storia di David Copperfield che ricordo che, a un certo punto, ho smesso di leggere, sono andata alla finestra e ho guardato fuori. Ho guardato la città mentre dormiva e mi sono detta: «Se questo è quello che possono fare i libri, allora voglio diventare una scrittrice».

storie di fantasmi

"Storie di fantasmi" di Siri Hustvedt

Anche se molti non sono d’accordo, sono convinto che la scrittura abbia una funzione terapeutica. Lei cosa ne pensa?

Ho scritto un saggio a partire dal lavoro di Pennebaker, uno psicologo sociale statunitense. Lui ha fatto delle ricerche non solo per pazienti psichiatrici, ma anche su persone che vengono considerate sane. Con il suo lavoro empirico, con questi studi, ha riscontrato che scrivere una ventina di minuti al giorno migliora il funzionamento del fegato, il sistema immunitario, e anche l'umore. Quindi ci sono delle prove, degli studi empirici, dei dati fisiologici che mostrano un miglioramento dovuto all’attività della scrittura. La domanda che mi interessa è perché si producano questi effetti e come possiamo pensare in maniera più rigorosa alle forme di arteterapia. Una parte della risposta è legata all’effetto placebo, di cui ho scritto. Dagli studi neuroscientifici sappiamo che il placebo può avere effetti fisiologici in tutto il corpo, compreso il rilascio di oppioidi endogeni nel cervello. A questo proposito c’è un italiano, Benedetti, credo che abbia scritto alcuni dei lavori migliori sull’effetto placebo degli ultimi anni. Parla del ruolo dei simboli nel rapporto tra medico e paziente e degli effetti fisiologici di questa alleanza.

Storie di fantasmi si aggiunge a una grande tradizione letteraria di libri capaci di raccontare il lutto, il dolore della perdita. Penso a Dove lei non è di Roland Barthes, a L’anno del pensiero magico di Joan Didion, a L’invenzione della solitudine di Paul Auster. C’è un libro in particolare che l’ha aiutata ad affrontare il lutto?

La distanza che crea la rappresentazione, attraverso la scrittura e la lettura, per me è sempre stata un luogo in cui rifugiarmi quando ho dei problemi, e questo comprende anche l’elaborazione del lutto. Penso, per esempio, che L’invenzione della solitudine di Paul sia un libro nato dal lutto per la morte di suo padre. E uno dei miei libri preferiti sull’elaborazione del lutto è Diario di un dolore di C. S. Lewis.

Spesso nei romanzi di Paul Auster, il protagonista si salva grazie alla presenza degli altri. È una cosa di cui parla anche lei, nel libro. Gli altri ti aiutano ad affrontare, anzi a convivere meglio con questo profondo dolore.

È proprio così. Una delle cose di cui hanno bisogno le persone che stanno vivendo un lutto, soprattutto quando è morta la persona con cui avevano il rapporto più intimo, è la presenza degli altri: persone che non proveranno mai esattamente quello che proviamo noi, ma che possono offrirci quel sostegno di cui, in quanto animali sociali, abbiamo bisogno.

Leggendo questo libro, questa “specie di diario”, come lo definisce lei stessa, si percepisce che ha fatto un grande lavoro sulla memoria, volontaria e involontaria. Ha la sensazione che qualche immagine, qualche ricordo sia rimasto fuori?

Be’, ci sono molte cose che non fanno parte del libro, ovviamente. Non è un libro molto lungo, e io immagino ogni libro che scrivo come un’opera che ha una sua struttura e un suo ritmo. Ciò che è stato incluso, è stato scelto spesso proprio in funzione di quel ritmo. Un ritmo legato, com'è ovvio, a temi più ampi, ma anche al movimento stesso del libro. Credo che esso spazi dall'intensità di un dolore immediato fino ai ricordi di un lungo percorso di vita insieme. Quello che volevo mettere nel libro, l’ho messo. Non credo di aver dimenticato nulla.

Sempre rimanendo sulla memoria, ne L’invenzione della solitudine, Auster, citando Beckett che parla di Proust, scrive: «L’uomo di buona memoria non ricorda nulla perché non dimentica nulla». Lei cosa ne pensa?

Non ricordavo questa citazione. Mi sembra una cosa un po’ stupida, visto che tutti noi dimentichiamo qualcosa. Una caratteristica della memoria è che ogni volta che ricordiamo qualcosa, quel ricordo è soggetto a cambiamento. Le cose cambiano, e cambiano anche i nostri ricordi: ogni volta che ricordiamo qualcosa, il ricordo si modifica. Sappiamo che questo è vero anche a livello molecolare. E poi nessuno si ricorda di tutto. Esistono persone dotate di memorie straordinarie, ma per loro può essere una tortura. Un grande neurologo russo racconta in un suo libro il caso di un uomo che chiama semplicemente “S.”: un uomo che ricordava praticamente ogni cosa e che viveva questa capacità come una tortura. Aveva bisogno di riuscire a dimenticare. Gli esseri umani devono essere in grado di dimenticare. È una delle funzioni più importanti per poter continuare a vivere.

Auster, parlando di Follie di Brooklyn, ha detto che nella vita, quando stai vivendo un momento felice, quello è il momento giusto per scrivere una tragedia. Se invece vivi con il magone, allora è il caso di scrivere una commedia. Anche il suo libro, che parla del lutto, della perdita, regala dei momenti che sono luminosi come una commedia.

Sì, sono d’accordo. Credo che ci sia stata una parte del nostro matrimonio che abbiamo vissuto come una sorta di duo comico. L’ultima cosa che ho detto a mio marito prima che morisse è stata: «Cavolo, quanto ci siamo divertiti». Ci siamo divertiti davvero moltissimo. E credo che, dopo la sua morte, proprio quel divertimento, quella dimensione comica, quel piacere siano le cose per cui provo più gratitudine.

Ma quindi ogni storia d’amore è davvero una storia di fantasmi?

Io dico che le storie di fantasmi sono anche storie d’amore. Non credo che sia affatto un’idea nuova, ma è proprio questo che vorrei che il lettore si portasse via dal libro. Adesso non è il dolore a prevalere, ma la gratitudine per tutti gli anni che abbiamo avuto insieme. È questa la sensazione che prevale per me. Ed è questo che porto dentro di me.

Una volta, hanno chiesto a Paul Auster se preferisse viaggiare nel passato o nel futuro. Lui ha risposto nel passato, perché nel futuro avrebbe visto la sua morte.

Penso di avere la stessa risposta. Sto progettando il futuro: all’inizio di febbraio parteciperò a una conferenza sul futuro e sul tempo, sul modo in cui culture diverse si rapportano al concetto di tempo. C’è, per esempio, un popolo dell’Uganda che ha una bellissima immagine del tempo: considera il futuro come una salita e il passato come una discesa. Il futuro è qualcosa con cui dobbiamo negoziare, qualcosa con cui dobbiamo lottare. Il passato, invece, lo conosciamo. E sì, su questo sono d’accordo con Paul: sono perfettamente consapevole del fatto che nel mio futuro c’è anche la mia morte. E non ho voglia di vederla.