okayduckyachtclub.xyz

Ranucci, gli attentatori minacciati in cella. «Vi conviene non collaborare»


«Si deve mettere una botta, una cosa tranquilla». Così Clesio Gomes Tavares, braccio destro di Valter Lavitola lo scorso 10 ottobre ha contattato Pellegrino D'Avino, commissionandogli l'attentato davanti casa di Sigfrido Ranucci. Almeno è quanto ha raccontato in merito uno dei quattro avellinesi, in carcere dallo scorso 30 giugno, durante l'interrogatorio di giovedì scorso. Dichiarazioni che per il gip sono risultate inattendibili e incoerenti, soprattutto a fronte di quelle rese da Antonio Passariello, padre naturale di D'Avino e anche lui indagato per l'attentato.

Tanto che il giudice ha respinto le istanze dell'avvocato Generoso Pagliarulo che, per i suoi assistiti, aveva chiesto un'attenuazione della misura cautelare. I due hanno definito anche il loro rapporto con Tavares: «Gomes è un soggetto a me noto poiché saltuariamente mi consentiva di lavorare con lui nell'attività di sicurezza di personaggi famosi, per lo più cantanti neomelodici come Sal Da Vinci», ha raccontato Passariello.

Intanto, nell'aggressione di martedì a Rebibbia, subita da Lavitola per mano di un altro detenuto, assume ancora più peso una circostanza riferita da D'Avino: le pressioni in carcere per non collaborare e di un altro episodio in cui l'ex faccendiere sarebbe stato schiaffeggiato. Circostanze che adesso potrebbero essere utilizzate da Sergio e Arturo Cola, legali di Lavitola, per chiedere un'attenuazione della misura cautelare. La partita si giocherà il 7 settembre davanti al Tribunale del Riesame.

Le pressioni

La frase è inserita alla fine del verbale dello scorso 27 agosto di D'Avino: «Durante la mia detenzione, poiché su diversi telegiornali è stata comunicata la mia intenzione di rendere interrogatorio, durante l'ora d'aria, sono stato più volte avvicinato da alcuni detenuti che, avendo appreso i motivi per cui sono stato arrestato, mi hanno invitato a non rendere dichiarazioni senza minacciarmi esplicitamente. Lo stesso è successo qualche sera fa nella mia cella, allorquando uno dei due detenuti con i quali condivido la cella, tale Antonio di circa 60 anni, mi consigliava di non rendere l'interrogatorio. Aggiungo anche che nella medesima giornata avevo appreso da alcuni detenuti che il coindagato Lavitola era stato schiaffeggiato durante l'ora d'aria».

La nota di Cola, dopo il rigetto di un'istanza al gip per ottenere l'annullamento della misura cautelare a carico di Lavitola per un vizio procedurale, riguarda i rischi legati alla detenzione. «Stiamo rivolgendo alla procura una richiesta per ottenere contezza dell'esistenza e del contenuto della nota della polizia penitenziaria presso il carcere di Rebibbia relativa alla presunta aggressione subita. L'attuale detenzione da Lavitola in un reparto di alta sicurezza, dove sono ristretti soggetti accusati o condannati per reati di mafia - dicono i legali - rende evidente che è esposto ai medesimi pericoli per la propria incolumità che avrebbero causato la presunta aggressione».

Il ruolo di Tavares

D'Avino ha raccontato che Tavares il 10 ottobre aveva chiesto di suo padre: «Voleva commissionargli un servizio da fare a Roma». E invece il giorno stesso è lui ad eseguire il sopralluogo in casa di Ranucci, insieme al braccio destro di Lavitola, alla sua compagna, Marika De Filippis, ora ai domiciliari, e a Saverio Mutone, anche lui in carcere.

Il 16 ottobre, il giorno dell'attentato, Tavares lo avrebbe ricontattato dicendogli che avrebbe lasciato l'esplosivo a Ciccciano «Vicino alla statua del Santo». Passariello lo avrebbe prelevato e la sera lo avrebbe consegnato al padre che, insieme a Mutone, è andato a Torvaianica.Padre e figlio dicono di non sapere di quale tipo di esplosivo si trattasse e si contraddicono.

Per il gip, tra l'altro, non è credibile che sia stato Tavares a reperirlo. «Passariello - scrive il gip - ha ammesso di aver posizionato l'ordigno esplosivo davanti l'abitazione di Ranucci e di averlo fatto esplodere». Ma, aggiunge: «Occorre, tuttavia, evidenziare che le dichiarazioni confessorie sono state accompagnate da una ricostruzione dei fatti, evidentemente, inattendibile e, per di più, in contrasto che le dichiarazioni rese dal figlio coindagato nel medesimo procedimento, interrogato nella medesima giornata». E ancora: «Passariello ha sostenuto di aver collocato l'esplosivo e di averlo poi fatto brillare senza conoscere che tipo di ordigno fosse e senza conoscerne il funzionamento, affidandosi a generiche indicazioni ricevuto dal D'Avino che a sua volta ha riferito di non sapere che tipo di ordigno fosse e il tipo di esplosivo al suo interno».

Quindi «senza aver chiaro che tipo di ordigno stesse trasportando e quale fosse l'effettiva potenza, non solo lo avrebbe trasportato senza particolare cura ma, una volta resosi conto del malfunzionamento del telecomando - scrive ancora il giudice - si sarebbe avvicinato a pochi metri dalla bomba facendola esplodere, incurante dei rischi per la sua incolumità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA