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Ranucci via da Report, il centrodestra: «Giusto così». Ma è scontro politico (e la redazione si spacca)


Una «vendetta», un destino «già scritto», un «editto Meloni», sul modello del famoso «editto bulgaro» che colpì Biagi e Santoro. Non ci stanno, le opposizioni. E per quanto siano in molti, anche dalle parti del centrosinistra, a predicare cautela sulla vicenda dell'attentato a Sigfrido Ranucci, la decisione della Rai di sostituire il conduttore prima della chiusura delle indagini compatta il fronte progressista. Che torna a dare battaglia contro «TeleMeloni», mentre la maggioranza plaude alla scelta «nell'interesse dell'azienda». E così, mentre la redazione di Report si divide tra chi vorrebbe andare avanti e provare a ripartire dopo il polverone di questi mesi e chi invece minaccia le dimissioni in blocco (come diverse firme di punta del programma), lo scontro diventa inevitabilmente politico.

Elly Schlein, alla sua prima uscita dopo la pausa estiva alla festa dell'Unità di Rivalta sul Mincio, nel Mantovano, affonda il colpo: «Era già scritto che Ranucci non venisse confermato. La destra ha ottenuto il suo obiettivo dopo anni di attacchi a Report e al suo conduttore. Telemeloni non ha nemmeno aspettato che i magistrati facciano luce sulla vicenda». Per la segretaria dem «ciò dimostra che l'obiettivo era far saltare Report». Dal Nazareno va all'attacco anche il responsabile Informazione Sandro Ruotolo, autore nelle scorse settimane di una lettera alla Commissione europea per denunciare le «pressioni» governative sulla tv pubblica: «Togliere di mezzo il Report di Ranucci - sferza Ruotolo - significa liberarsi di una voce scomoda proprio mentre comincia la corsa verso le elezioni».

Giuseppe Conte, in Puglia per il tour di presentazione del suo libro, prima manda avanti la pentastellata ex presidente della Vigilanza Rai Barbara Floridia: «Far fuori Sigfrido Ranucci era un obiettivo di questo governo e oggi lo hanno portato a termine». Parlano di «golpe», i Cinquestelle: «Da oggi quando la maggioranza verrà a parlarci di ricostituire la commissione di vigilanza, le nostre barricate saranno ancora più alte». A sera interviene in prima persona il presidente M5S: «Quello contro Ranucci è un editto Meloni. Dovevano cacciarlo per preparare TeleMeloni alla prossima campagna elettorale». Poi, sull'amicizia del conduttore con Lavitola, punta il dito contro FdI: «Hanno tenuto come ministra Santanché indagata e scudato le chat di Delmastro che aveva fatto una società con la famiglia del prestanome di un clan mafioso». Durissimi anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs, per i quali la rimozione di Ranucci è una «vendetta della destra» che ha «usato la vicenda dell'attentato per demolire Report».

Il plauso a destra

Toni diametralmente opposti a quelli della maggioranza che plaude alla decisione. Tra i primi a commentare nel centrodestra arriva il vicepremier leghista Matteo Salvini: «Giusto così», scrive su X il titolare dei Trasporti. «Ora si faccia chiarezza». Fratelli d'Italia verga una nota firmata dai componenti della Vigilanza in cui si saluta con favore il «definitivo cambio di rotta nel rispetto del pluralismo, della storia della Rai e del giornalismo d'inchiesta» e auspica che Report «torni a essere una trasmissione d'inchiesta credibile, dopo anni di faziosa propaganda politica e ideologica». Una «scelta di lungimiranza», la definisce il meloniano Federico Mollicone, mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa si dice «felice» per la decisione della Rai: «Faceva trasmissioni pretestuose e a senso unico». Poi precisa: «Io non lo avrei sospeso per questa vicenda ma per le inchieste andate in onda».

E se da Forza Italia Maurizio Gasparri ironizza su Ranucci «abbandonato anche dai suoi redattori», il vicepremier azzurro Antonio Tajani sceglie la linea istituzionale: «La Rai è autonoma e decide come meglio crede», risponde il ministo degli Esteri a La7. «C'erano dei problemi evidentemente, la Rai ha fatto la sua scelta con due professionisti. Libera scelta della Rai», su cui - conclude - «non c'è da fare nessun vittimismo».

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