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Resiste la crescita italiana


L'Istat ha confermato ieri che il Pil dell'Italia, in base ai dati destagionalizzati e corretti per il calendario, è cresciuto congiunturalmente dello 0,2% nel secondo trimestre del 2026 rispetto al trimestre precedente e che la variazione tendenziale annuale sul secondo trimestre del 2025 è dell'1%. Dunque, non vi è stato nessun cambiamento sostanziale rispetto alla stima preliminare dello scorso luglio, compreso il dato della crescita già acquisita per il 2026 dopo due trimestri, che rimane pari a +0,8%, largamente superiore alle previsioni per l'intero anno in corso formulate da diverse istituzioni internazionali, ancora ferme a +0,5%.

Nonostante non pochi osservatori e commentatori in Italia continuino a sostenere che il nostro Paese non cresce, sulla base evidentemente di proprie sensazioni soggettive non documentate, i numeri indicano che nel secondo semestre di quest'anno l'aumento tendenziale annuale del Pil italiano (+1%) è risultato terzo nel G7 dopo quello statunitense (+2,1%) e britannico (+1,2%), leggermente davanti a quelli tedesco e canadese (+1% entrambi con gli arrotondamenti), Giappone (+0,5%) e Francia (+0,5%). Inoltre, da prima del Covid (quarto trimestre 2019) ad oggi la crescita italiana (+7,7%) resta davanti a quella degli altri tre maggiori Paesi europei del G7 (Francia e Gran Bretagna sono entrambe a +6,3% mentre la Germania è a +1,8%), nonché davanti anche all'aumento del Giappone (+5,5%).

Non esiste dunque un "caso Italia" di bassa crescita rispetto alla maggior parte degli altri Paesi avanzati che richieda nuove politiche economiche o ricette rivoluzionarie, peraltro costosissime in termini di spesa pubblica, che l'Italia giustamente oggi tiene sotto controllo (anche tenere i conti in ordine è, fino a prova contraria, una scelta di politica economica).

Gli unici due Paesi avanzati di una certa dimensione che in questo momento stanno sperimentando tassi di crescita economica superiori agli altri sono gli Stati Uniti e la Spagna ma entrambi si caratterizzano per squilibri pericolosi di cui è difficile prevedere l'evoluzione: gli Stati Uniti in termini di indebitamento privato e pubblico per supportare la crescita stessa e gli enormi costi di investimento nell'Intelligenza Artificiale; la Spagna con un fortissimo aumento dell'immigrazione e un mercato del lavoro opaco, dove la disoccupazione ufficiale è al 10%, cioè quasi il doppio di quella dell'Italia (incluso il Mezzogiorno), ma la disoccupazione vera in Spagna è probabilmente molto superiore perché molte persone considerate come occupati stabili secondo i criteri statistici iberici sono in realtà senza lavoro per lunghi periodi di tempo.

Un'altra narrativa nostrana corrente, smentita dai dati, concerne le modalità attuali della crescita italiana. Infatti, secondo una certa vulgata, le famiglie italiane sarebbero oggi in grande sofferenza e i consumi sarebbero fermi. Non è proprio così. Infatti, nell'ultimo anno l'aumento tendenziale della spesa privata in Italia è stato dell'1,3% (secondo trimestre 2026 su secondo trimestre 2025), contro una crescita soltanto dello 0,4% in Francia e Germania nello stesso periodo. Inoltre, trainati dal PNRR e dagli investimenti in edilizia non residenziale e altre opere, gli investimenti fissi lordi sono aumentati complessivamente in Italia negli ultimi dodici mesi del 3,3% contro cali dello 0,1% in Germania e dello 0,2% in Francia. Dunque, la domanda interna italiana va molto meglio che altrove. Nell'ultimo anno essa è aumentata dell'1,5%, cioè cinque decimali di più del PIL. E senza il sostegno dei consumi della pubblica amministrazione (solo +0,3% in Italia contro +3% in Germania e +1,4% in Francia).

Il paradosso attuale dell'Italia è che la nostra componente più competitiva, cioè l'export, in cui abbiamo perfino recentemente sorpassato il Giappone, attualmente cresce, sì (+4,4% nell'ultimo anno), ma non abbastanza per compensare l'aumento dell'import (+5,3%), a causa del rallentamento di diversi nostri importanti mercati esteri (Germania, Francia, Stati Uniti). Sicché, riassumendo, la domanda estera netta ha sottratto negli ultimi dodici mesi 0,2 punti percentuali di crescita al PIL; altri 0,3 punti li ha sottratti la variazione delle scorte. Mentre i consumi privati hanno contribuito alla crescita per 0,7 punti, così come, in eguale misura, gli investimenti fissi lordi, laddove i consumi pubblici hanno invece apportato soltanto 0,1 punti.

Anche il turismo internazionale tira in Italia più che altrove. Infatti, nei primi sei mesi dell'anno i pernottamenti di turisti stranieri sono cresciuti in Italia del 4,4% (5,5 milioni di presenze in più rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno), un aumento superiore a quelli registrati in Francia (+2,5%), Grecia (+1,7%) e Spagna (+1,4%).

Naturalmente, non mancano le preoccupazioni per il futuro. Occorrerà vedere se il caro energia e in particolare il balzo dei carburanti dell'estate, causato dalla crisi dello stretto di Hormuz, influiranno sui consumi delle famiglie italiane. Ciò potrebbe rallentare il PIL nella seconda parte del 2026, specie se i rincari e la conseguente inflazione dovessero perdurare. Anche per questa ragione, una gestione rigorosa dei conti pubblici è la migliore politica economica possibile per un Paese come l'Italia che ha riguadagnato credibilità a livello internazionale ma che deve ora assolutamente mantenerla, pur cercando di preservare un accettabile ritmo di crescita.

Lo scenario internazionale che abbiamo davanti non permette rilassamenti di sorta rispetto alla traiettoria virtuosa che abbiamo intrapreso. Occorre tenere la testa ben fuori dall'acqua, di fronte al gorgo delle instabilità geopolitiche e alla inarrestabile marea dei debiti pubblici e privati in cui il mondo rischia di essere sempre più sommerso. Di questo pericolo si è molto parlato anche al recente G20 in North Carolina e il segretario del Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha affermato con una certa prosopopea che l'unico modo per uscire dal debito, gran parte del quale per la verità è americano, è quello di crescere. Sì, crescere ovviamente è importante ma non certo creando nuovo debito. La linea dell'Italia, appesantita da oltre 85 miliardi di interessi annui da pagare sul debito pubblico pregresso, non può che essere questa. I nuovi debiti da disavanzi statali primari, se vogliono, li facciano pure gli altri.

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