Alla famosa affermazione degli studenti "la matematica non serve a niente", risponde lo studio realizzato da Deloitte Economics per il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e l'Unione Matematica Italiana (UMI). La ricerca dimostra che questa materia è il vero e proprio motore nascosto dell'economia e della nostra vita quotidiana. La matematica muove 680 miliardi di euro all'anno, circa un terzo di tutta la ricchezza prodotta in Italia e dà lavoro a 8,4 milioni di persone, cioè il 35% di tutti i lavoratori. Non serve solo per i calcoli astratti, ma aiuta concretamente programmatori di computer, ingegneri, architetti, banche e aziende a funzionare al meglio. Da tutto questo movimento economico, lo Stato ricava anche quasi 300 miliardi di euro in tasse.
L'Italia si colloca al primo posto in Europa per produttività degli autori nelle pubblicazioni matematiche, con quasi 200 articoli ogni 1.000 autori, e al secondo per numero di citazioni ricevute. A frenare questo successo, tuttavia, sono i limiti sugli investimenti. L'Italia destina alla ricerca e sviluppo solo l'1,3% del PIL a fronte di una media europea del 2,26%, posizionandosi in coda anche per spesa pubblica in istruzione. Questa carenza si riflette nel debole legame tra università e aziende e, di conseguenza, molte idee geniali rimangono sulla carta, limitando la capacità di trasformare la ricerca accademica in brevetti, prodotti o innovazioni pronte per il mercato.
Guardando al futuro, la matematica si conferma l'infrastruttura teorica indispensabile per la transizione digitale e per l'affermazione delle nuove tecnologie, come l'Intelligenza Artificiale e il quantum computing. Le stime indicano che l'IA potrebbe incrementare il PIL nazionale dell'1,8%, circa 38 miliardi di euro entro il 2035, con una diffusione nelle aziende in forte crescita. Anche la scuola e l'università rispondono a questa spinta con un aumento dei dottorati in matematica e dei laureati in materie scientifiche, mentre i media parlano sempre più spesso di queste tecnologie.
La vera sfida per il futuro resta però migliorare le capacità digitali di base di tutti i cittadini, che in Italia sono ancora inferiori alla media europea.
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