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Siccità in montagna 2026: rifugi chiusi, meno latte e ghiacciai in crisi sulle Alpi | Il Fatto Quotidiano.it


Rifugi che chiudono, vacche senz’acqua e meno formaggio: così la siccità (e il caldo anomalo) mettono in ginocchio le Alpi

Pascoli gialli di erba secca, fiumi al minimo, addirittura le foglie di alcuni alberi che dal verde hanno virato al marrone. Per non parlare dei ghiacciai, neri come la pece. Se si avesse la possibilità di sorvolare le Alpi, sotto di noi avremmo la fotografia della siccità in quota: la siccità che dai mille metri in su sta mettendo in ginocchio, nella torrida estate del 2026, le montagne. Dal Bellunese fino al Val di Susa, passando per la Lessinia.

Alla grave conseguenza, già ampiamente denunciata a valle, della mancanza d’acqua nelle per i raccolti delle pianure, si aggiunge la sete delle terre alte. Con effetti concreti per chi vive lassù e anche per chi vi trascorre parte delle proprie vacanze. Oltre alle scarse precipitazioni di luglio e della prima metà di agosto, bisogna considerare ciò che è successo prima: come rilevato dalla Fondazione Cima, nei mesi invernali c’è stato un minor accumulo di riserve nivali rispetto alla media degli ultimi 30 anni. Il fatto più grave, però, è legato al caldo anomalo, dovuto alla crisi climatica e iniziato ben prima dell’estate, che ha accelerato la fusione della neve e ha contribuito a prosciugare le sorgenti con settimane d’anticipo.

E così da Est a Ovest rimbomba l’allarme per la mancanza d’acqua, rilanciato dal presidente del Cai (Club alpino italiano), Antonio Montani. I rifugi in quota chiudono, nella peggiore delle ipotesi, come il Fontana Mura nel Parco Orsiera-Rocciavrè, Piemonte occidentale. Oppure bloccano le prenotazioni, come l’Achille Papa sul Pasubio, in Veneto. E tanti altri si trovano costretti a razionare l’acqua, che tra le altre cose significa stop alle docce e uso limitato dei servizi igienici. È il caso, questo, del rifugio Dal Piaz, nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, a quasi 2mila metri di altitudine. Ma anche del rifugio Vandelli al Lago di Sorapis e del rifugio Auronzo sulla via delle Tre Cime di Lavaredo – peraltro presi d’assalto dai turisti in questi giorni – col divieto di riempire la borraccia, docce a gettone e bagni fuori uso.

La situazione è delicata anche sul Monviso: già da qualche settimana l’acqua viene razionata ai rifugi Quintino Sella e al Giacoletti, dove le prenotazioni dipendono dai livelli delle vasche d’accumulo. E pure il Trentino non se la passa bene: la settimana scorsa l’assessore provinciale Roberto Failoni ha annunciato che, attraverso l’assestamento di Bilancio, la Provincia ha deciso, per il 2026, di coprire le spese per il trasporto di acqua in elicottero verso i rifugi fino a un massimo di 10mila euro all’anno per ciascuna attività.

Accanto ai rifugi, però, si sta manifestando un nuovo problema. Come scritto da La Stampa, alpeggiatori e malgari faticano a dare da bere alle vacche, col risultato che la produzione di latte, e perciò di formaggio, è in calo. “Negli anni scorsi ricavavamo sette-otto quintali di latte al giorno” dice un produttore, “oggi va bene se arriviamo a due-tre”. Situazione che coinvolge tanto la Val di Susa quanto altre aree delle Alpi, con i pascoli bruciati e il foraggio carente per gli animali. Succede, per esempio, in Trentino: dalla Val di Sole alla Val di Non fino alla Val di Fiemme. A certificarlo è la Coldiretti locale: riduzione del foraggio del 40%, con punte del 60%. E alpeggi costretti, per via del caldo, a spendere il 30% in più in energia: servono nebulizzatori e doccette per le bestie e sistemi di raffreddamento per il latte.

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Nella foto: Esino Lario – Alpeggio Baite di Cainallo, foto di Ysogo/Wikimedia Commons