Quando la polizia è arrivata, lo ha trovato seduto in terra, all’ingresso del palazzo, con la maglietta sporca di sangue. Pochi minuti prima era stato lui, Federico (lo chiameremo così) a comporre il numero unico delle emergenze per denunciare l’aggressione, divenuta poi mortale, della propria madre: «venite, l’ho picchiata, forse è morta». Federico, «un bel ragazzo» dicono i vicini di casa, 16 anni compiuti nei primi giorni di agosto, e una vita segnata da problemi mai sufficientemente indagati ma comunque affrontati, come risulta alla polizia. Un dramma il suo e di sua madre, che per motivi di privacy chiameremo Silvia, (avrebbe compiuto 50 anni il prossimo dicembre), avvenuto nell’ultima domenica di agosto, al quartiere Centocelle, periferia Est della Capitale. «Si sono trasferiti qui al più tardi tre anni fa», ricordava una vicina che ieri sera, affacciata dal balcone, provava a spiegare quello che la gente non vede e che in un attimo diventa tragedia.
La dinamica è veloce e agghiacciante: intorno alle 14.30 di ieri i condomini del palazzo vedono gli agenti delle Volanti e della Squadra Mobile e poi i colleghi della Scientifica arrivare e quel ragazzo seduto in terra. Capiscono che è accaduto qualcosa di grave, tuttavia vogliono solo credere che la madre di quell’adolescente si sia sentita poco bene perché nessuno ha sentito urla o grida e negli anni non c’erano stati segnali che potessero lasciare presagire quanto poi è accaduto. La donna è in casa, un appartamento al primo piano, con lei c’è il figlio che inizia a colpirla a mani nude, la donna cade forse sbatte la testa o forse viene poi colpita con un oggetto, su questo si esprimerà il medico legale al momento dell’autopsia. Viene soccorsa che ancora respira e dunque viene trasferita d’urgenza al policlinico di Tor Vergata dove, purtroppo, morirà qualche ora più tardi. Il figlio invece viene ricoverato al policlinico Umberto I e si trova sotto osservazione nel reparto di Psichiatria. Cosa ci sia alla base dell’aggressione è ancora da chiarire. Nessuno tra i vicini ieri ha sentito nulla né aveva contezza di possibili problemi. «Se ci fossimo accorti di qualcosa, avremmo dato l’allarme ma non ce n’era stato mai il bisogno», diceva una ragazza che abita al piano superiore. Ma del resto, cosa davvero si può conoscere delle famiglie che ci abitano accanto quando una porta si chiude e il mondo dentro continua diversamente da fuori?
«Erano quasi degli invisibili - ricordava ancora la donna affacciata al balcone - lei la conoscevo, è capitato che parlassimo, non aveva più il marito, scomparso anni fa, e con il figlio era venuta ad abitare qui. Una donna molto dignitosa che lavorava come dog-sitter o come badante. Si dava sempre molto da fare, mi ricordo anche la tenacia con cui per un periodo ha affrontato una malattia, e il figlio andava a scuola, sì, era taciturno e silenzioso ma non credevamo che avesse dei problemi e chissà come avrebbero potuto affrontarli». Sembrava tutto normale, proprio come il palazzo che ieri sera intorno alle 20, appariva come un comune edificio di periferia. Nulla lasciava pensare che all’interno, dentro uno dei tanti appartamenti abitati da famiglie con figli piccoli e lavoratori, si fosse consumata questa tragedia. Poi le voci al citofono, le persone sulle scale, i sigilli affissi sulla porta dell’abitazione. Lo sgomento scritto negli sguardi. «Mi hanno detto che c’era molto sangue - dice un giovane che abita nell’appartamento di fronte - io stavo dormendo quando è accaduto, ho capito soltanto dopo e non riuscivo a crederci». Il sopralluogo della polizia è andato avanti per alcune ore, diversi gli oggetti repertati. Il 16enne sarà nuovamente ascoltato dagli inquirenti e dalla Procura minorile alla presenza anche degli psicologi.
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