
In un precedente articolo abbiamo parlato di santa Maria Sopra Minerva, non unicamente la perla del gotico a Roma, ma, altresì, l’unico esempio di edificio gotico presente nell’Urbe.
Il gotico, ricordiamolo brevemente, “quello stile architettonico che, sorpassando il romanico e precedendo la capillare diffusione degli edifici rinascimentali, sorse nell’Europa occidentale a partire dal XII secolo – nello specifico, dalla Francia settentrionale –, e che presentava un’architettura alta, slanciata, quasi a voler sfiorare coi marmi il soffitto del cielo”, non attecchì più di tanto in Italia, e men che meno a Roma, dove il gusto per il classicismo, perfino rielaborato nell’arte paleocristiana, aveva da sempre prevalso. Santa Maria sopra Minerva costituisce dunque un’eccezione, un vero e proprio unicum nel panorama chiesastico della Città Eterna. Bisognerebbe addentrarsi nei luoghi più remoti, entrare nei parchi naturali e scrutarne ogni singola pietra, seguire, con un colpo d’occhio, le arcate di ogni basilica, perdersi fra i saliscendi del centro storico, finanche ispezionare tutti gli angoli dell’Appia Antica, per trovare un altro esempio di gotico a Roma.
Nondimeno, si sa, chi cerca trova; perfino cercando, per restare in tema, Maria pe’ Roma, se lo si fa nei luoghi giusti, è possibile trovare qualcosa di inaspettato, curioso, misterioso, che davvero in pochi conoscono o che, comunque, i più ignorano. Come accennato da Roberta Bernabei, “nelle chiese di Roma si trovano testimonianze di ogni epoca, di ogni fase della cultura e della storia, di ogni stile architettonico, di ogni scuola artistica”; pensiamo all’architettura paleocristiana di Santa Sabina, al Caravaggio di Santa Maria del popolo e san Luigi de’ Francesi, a cavallo fra il Rinascimento e il Barocco, al romanico di San Giorgio al Velabro, alla rielaborazione neoclassica di san Giovanni in Laterano, e via discorrendo; ecco che l’affermazione della Bernabei, in cui è proprio quell’ogni a rinfrancare, prende vita.
Un accenno di gotico lo abbiamo lungo l’Appia Antica, nell’area di Capo di Bove, dove la chiesa di San Nicola svetta fra il Circo di Massenzio e il Mausoleo di Cecilia Metella; ma non basta a reggere il confronto con Santa Maria sopra Minerva, una perla, a confronto di un semi-rudere, pur sempre estremamente affascinante
E allora, per reggere il confronto dobbiamo spostare la nostra attenzione verso un colle di Roma, il Celio – nome derivante, per inciso, da Celio Vibenna, celebre condottiero etrusco –, dove, fra le alture verdeggianti dei parchi, il bianco niveo del travertino e il cupo cremisi dei laterizi, conferma esserci e nascondersi quell’ogni di cui accennava la Bernabei: l’Aula Gotica dei santi Quattro Coronati.
Ricollochiamo dunque la Roma del XIII secolo, quella Roma che, almeno all’apparenza, si muove unicamente fra la pittura della scuola romana, che solo in parte rielabora il gotico – Pietro Cavallini, Filippo Rusuti e Jacopo Torriti –, i pavimenti in stile cosmatesco e lo spessore delle chiese romaniche, e, dopo una faticosa e totale immersione negli edifici sacri, quasi ad averli scandagliati interamente, andiamo a scoprire un altro volto dell’Urbe.
Si chiamavano Castorio, Nicostrato, Sinfroniano e Claudio, i quattro scalpellini che, durante le persecuzioni di Diocleziano, vennero martirizzati perché si erano rifiutati di scolpire degli idoli pagani. Successivamente, nel medioevo, questi marmorari divennero i patroni delle corporazioni edili, e, più tardi, cari anche ad alcune logge massoniche
Alla loro memoria, sulla vetta del colle Celio, è dedicata questa sorprendente basilica del IV secolo, una struttura che, a sua volta, ingloba due tesori che saranno oggetto del nostro articolo: l’Oratorio di san Silvestro e l’Aula Gotica
L’erezione della basilica, come detto, risalente al IV secolo, periodo in cui, a posteriori della pace costantiniana, cominciarono, in sostituzione alle domus ecclesiae, ad essere edificate le prime grandi basiliche paleocristiane – come San Pietro e San Giovanni in Laterano –, si inserisce a pieno in quello spirito di innovazione che, riprendendo il modello delle basiliche romane, ne faceva della maestosità il suo marchio di fabbrica.
La riduzione della basilica, che in epoca tardoantica aveva delle dimensioni ragguardevoli, si deve ai rifacimenti operati agli inizi del XII secolo da parte di papa Pasquale II, a posteriori dell’incendio che interessò i ss. Quattro Coronati nel quadro del sacco di Roma del 1084 condotto ad opera di Roberto il Guiscardo
L’interno è un susseguirsi di colori e cupi marmi, nonostante l’ambiente si presenti, a differenza di altri edifici, abbastanza buio all’interno – circostanza data, soprattutto, dall’esposizione –. Il susseguirsi di colonne di reimpiego, inframezzate da ampie arcate a tutto sesto, fa da contrappunto al pavimento policromo in stile cosmatesco; ultimo dato importante è la presenza del matroneo, la cui funzione originaria, storicamente destinata ad accogliere le donne durante le celebrazioni liturgiche, si intreccia con la necessità di scaricare le spinte laterali della volta della navata centrale.
“Questo è un ambiente straordinario, un angolo di medioevo, meglio conservato della chiesa stessa” , così lo scrittore e poeta Claudio Rendina descrive il sito in questione. Accessibile dal portico del primo cortile esterno della basilica, l’oratorio di san Silvestro ha le sembianze di una biblia pauperum, anche se non ne ricopre a pieno la funzione; l’intento del committente, il cardinale Stefano Conti, era infatti quello di mettere in scena i contenuti degli Actus Silvestris, dando così vita a un ciclo pittorico di rara bellezza che potesse rappresentare i leggendari episodi legati all’imperatore Costantino e a papa Silvestro I.
Le storie prendono vita lungo tutte le pareti laterali, riassumendo i fatti legati al celebre sogno di Costantino e agli eventi ad esso collegati Esiliatosi volontariamente da Roma sul Monte Soratte per sottrarsi al clima di persecuzioni anticristiane, papa Silvestro I venne, in un secondo momento, celermente richiamato nell’Urbe da alcuni messi imperiali; A Costantino, infatti, colpito dalla peste, sarebbero al contempo comparsi in sogno Pietro e Paolo, i quali avrebbero esortato l’imperatore a far rientrare urgentemente il papa a Roma alfine di liberare la città dal morbo.
È sulla parete destra dell’oratorio che, poi, si distribuiscono le altre scene: Costantino, dopo il rientro di Silvestro a Roma, riceve da quest’ultimo il battesimo e viene guarito dalla peste; In corteo, Silvestro a cavallo è accompagnato da Costantino. Gli affreschi costituiscono, come ribadito da Carlo Villa, una “propaganda politica della falsa donazione di Costantino sfruttata dal papato nelle lotte di prestigio contro l’imperatore fino a tutto il medioevo”, e, aggiungeremmo, la base per la nascita del potere temporale della Chiesa.
Fu Lorenzo Valla, per inciso, a posteriori di una folta ricerca paleografica e storiografica, a smentire l’autenticità del documento.
Giungiamo, ora, al clou del nostro articolo, all’eccezione romana – se esclusa santa Maria sopra Minerva –, a quell’ogni ribadito dalla Bernabei. Riscoperti non troppo recentemente – 1995 – gli affreschi dell’Aula costituiscono – insieme a quelli di Santa Maria in Trastevere – l’unico esempio di pittura parietale gotica giunta sino ai nostri giorni, nel contesto romano, beninteso
Questo ciclo pittorico, invero, rappresenta una testimonianza fondamentale per l’arte gotica romana, di cui, come sopraccennato, non se ne contemplava praticamente l’esistenza se esclusi i maestri della scuola romana di pittura, in cui alla tradizione bizantina e paleocristiana si andava ad aggiungere, seppur timidamente, la nuova influenza del gotico europeo
Situata al primo piano della Torre Maggiore, l’ambiente più prestigioso del palazzo cardinalizio – in cui si svolgevano grandi banchetti, riunioni e dove, inoltre, si amministrava la giustizia –, l’Aula Gotica conserva, soprattutto per la sua vivace policromia, uno dei cicli pittorici più mirabili della Capitale, la cui attribuzione si deve, forse, a Jacopo Torriti, massimo esponente della scuola romana, in cui elementi della pittura classica e bizantina si andavano a fondere al nuovo gusto del gotico diffusosi a partire dal XIII secolo
Negli affreschi, realizzati su un prezioso fondo di azzurrite – minerale della famiglia dei carbonati – sono rappresentate figure umane che stanno a rappresentare i dodici mesi, alla cui vetta, a loro volta, si staglia il ciclo delle Arti e dei Mestieri, per poi convogliare lungo i costoloni, su cui ad essere rappresentate sono le 4 stagioni e i 12 segni zodiacali, che svettano sulla vela.
Il ciclo rappresenta il tema dell’intreccio fra uomo e natura, tanto caro al Medioevo, eppure ancora straordinariamente attuale; al di là del ciclo pittorico, che pure costituisce un unicum considerando che il Torriti lavorò anche e solo a Santa Maria Maggiore e a San Giovanni in Laterano, è altresì l’architettura. Nello specifico, la presenza della volta a crociera, marchio di fabbrica dell’edilizia gotica, rappresenta il timido fiorire di questa arte del nord Europa in una Roma ancora fortemente contraddistinta dallo stile bizantino e classicheggiante.