Roma, 26 settembre 2026 – "Siamo un aggregatore di buona volontà". La quinta vita di Francesco Rutelli – già attivista radicale, sindaco di Roma, parlamentare di lungo corso, presidente del Copasir e leader del centrosinistra, quindi presidente di Anica dopo l’addio alla politica – ruota attorno al Soft Power Club, sua ultima creatura, di cui è fondatore e presidente. Illustre il parterre, che va dal principe Hassan bin Talal di Giordania all’ex prima ministra neozelandese Helen Elizabeth Clark, passando per l’ex presidente della Colombia e premio nobel per la pace Juan Manuel Santos e molti altri. Ambizioso l’obiettivo: avvertire il mondo che un’integrazione incontrollata dell’IA nei sistemi di difesa strategica potrebbe rendere la catena di comando delle 12.500 testate nucleari vulnerabile a tragici errori di calcolo.
Rutelli, c’è davvero questo rischio?
"Il rischio che possa innescarsi una guerra nucleare a causa delle tecnologie, in realtà, c’è sempre stato. Gli esempi sono decine, e forse il più celebre è quello del colonnello russo Stanislav Petrov, che nel 1983 decise di non credere a tutti i sistemi di allarme e violò il protocollo di sicurezza".
Cosa avvenne?
"I sistemi di difesa russi davano 5 missili nucleari Usa in avvicinamento. Il suo compito era rispondere all’attacco immediatamente. Non se la sentì, decise di controllare. E poiché si trattava di un errore ci salvò da una guerra nucleare".
Oggi con l’IA non succederebbe.
"Al contrario, il rischio è proprio che i sistemi di intelligenza artificiale, applicati alla difesa, possano sfuggire dal controllo, male interpretare segnali o situazioni, e decidere di innescare un attacco. Un allarme gigantesco e poco considerato".
Andiamo, è fantascienza.
"Eppure si moltiplicano i casi di droni che, nella guerra russo-ucraina, male interpretano il compito di colpire bersagli energetici e attaccano normali pompe di benzina, causando molti morti civili. Trasferiamo questo rischio, in scala sugli armamenti nucleari. Il rischio è enorme".
Gli Stati cosa fanno?
"Oggi (ieri, ndr) su invito del presidente dell’intergruppo parlamentare sulla Cybersecurity, Alessandro Colucci, Nm, abbiamo discusso dell’argomento. E presto la stessa cosa avverrà in altre sedi governative internazionali. Il Soft power club ha in corso vari processi di dialogo e confronto in sedi multilaterali formate da gruppi di Paesi e da organizzazioni tecniche, scientifiche ed accademiche. Occorre identificare la sede più immediatamente condivisa ed efficace per agire. Ci siamo ripromessi di avanzare la nostra proposta concreta entro il mese di ottobre"
Le testate nucleari sono passate negli anni da oltre 70mila a 12.500. Nel frattempo molti nuovi Stati oggi se ne sono dotati. Quanto è concreto, oggi, il rischio?
"Il principale tema delle testate nucleari, della loro gestione e dei rischi che ciò comporta deriva dalla totale segretezza che comprensibilmente avvolge il tema. Ciò che oggi sappiamo è che queste 12.500 testate sono nei nostri mari, in siti protetti e in molti luoghi, Italia compresa. Ma nel frattempo il trattato Start II che nei fatti sanciva un impegno di comunicazione di fronte a eventuali movimenti è scaduto e dunque non più in vigore. È urgente aggiornarlo, tenendo conto che, nel frattempo, al tavolo delle potenze nucleari si sono seduti Paesi, come la Corea del Nord, che sono più difficilmente inquadrabili".
E di IA e nucleare si parla?
"È dei giorni scorsi una denuncia condivisa dall’università di Tsinghua in Cina e dalla Brookings Institution americana, per porre al tavolo del bilaterale Usa-Cina anche questo argomento, e sarà nostro impegno portarlo fino all’Onu con proposte concrete e di buonsenso".