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Salvini spiazza i rivali: «Congresso a ottobre, chiederò la fiducia per alzata di mano». Derby di cori su Romeo


Voleva l'acclamazione, il bagno di folla, «il mandato del popolo di Pontida». E l'ha avuto, nonostante tutto. Matteo Salvini spariglia e sul pratone leghista, tanto per far capire che aria tira, parte a tutto volume "The eye of the tiger", la colonna sonora di Rocky III. Indossa i guantoni da pugile, il Capitano. Sarà congresso. Di nuovo. Lo annuncia dal palco, Salvini, sul finire di un comizio di mezz'ora preceduto da cinque minuti interi di applausi e cori («Matteo! Matteo!») mentre un ultraleggero sorvola il sacro suolo con tanto di striscione: «Andiamo a vincere Capitano».

Una scenografia funzionale alla narrazione che dall'adunata leghista si voleva rilanciare: altro che passi di lato, altro che segreteria allargata alla fronda "ribelle" del Nord. Il pratone ha emesso il suo verdetto: il popolo leghista sta col Capitano. E allora eccola, la mossa inaspettata. Un po' prova di forza e un po' resa dei conti. Volete il congresso? Accomodatevi. «Chiederò al consiglio federale se ho la fiducia della mia famiglia, alzata di mano per alzata di mano», annuncia Salvini. «Per decidere insieme e poi marciare compatti. E la prima voce fuori posto… Dovrà spiegare a voi perché continua a fare regali alla sinistra».

All-in

Appuntamento a «ottobre», e cioè tra dieci giorni, un anno e mezzo dopo le ultime assise che lo confermarono leader per acclamazione. Stavolta lo scenario della conta interna è concreto. Ma l'esito, in ogni caso, è già scritto. Così come non è difficile immaginare cosa potrebbe succederà dopo, al momento di fare le liste: «Certa gente senza dignità a caccia solo di poltrone non ne troverà più a casa nostra», mette in chiaro Salvini. Si riferisce a Vannacci, il generale innalzato a numero due a furor di popolo e poi fuoriuscito lasciandosi dietro cocci e ferite che ancora bruciano. Ma pure nel retropalco il messaggio rimbomba come un presagio funesto. A buon intenditor: per i dissidenti al prossimo giro non ci sarà spazio.

Ci avevano provato, i governatori del Nord, l'anima critica del Carroccio guidata dai lombardi Attilio Fontana e Massimiliano Romeo, a trovare un «compromesso», una soluzione «win-win» che passasse per una nuova struttura federale del partito e una segreteria allargata, collegiale. Lui ha tirato dritto. All-in. Roberto Calderoli, il ministro divenuto negoziatore tra i due fronti, dal palco invita «tutti» a farsi «un esamino di coscienza», dal «segretario federale» ai «segretari regionali» (come Romeo) e «i governatori» (come Fontana). E Salvini risponde: io «mi metto in discussione tutte le sere quando vado a letto, mi chiedo se ho fatto abbastanza». Ma «la prima lezione che ho imparato da Bossi, 35 anni fa, è che le discussioni si fanno in sezione, non sui giornali». E ancora: «Non voglio divisioni, voglio unità, compattezza, un'unica voce e non prestare il fianco alla sinistra». Delirio di cori. E se non fosse chiaro a chi si rivolge, Salvini, ci pensa il pratone a ricordarlo, quando sul palco sale lui, il capogruppo in Senato Max Romeo, incerto fino a 24 ore prima se avrebbe avuto o no diritto di microfono.

Fa appena in tempo ad abbozzare qualche frase («Vogliamo una Lega più collegiale, siamo tutti nella stessa squadra», «da noi niente critiche ma proposte costruttive») che dalle prime file già parte la contestazione. Niente fischi ma cori, in un crescendo assordante (complici i megafoni): «Matteo, Mat-te-o!». Al che il gruppo degli attivisti bergamaschi e lombardi (dotati di striscione «Romeo e Fontana, Bergamo è con voi») risponde in un crescendo uguale e contrario: «Romeo, Ro-me-o!». Ma è una lotta impari, le prime file si sgolano. Romeo si interrompe, riparte, si interrompe di nuovo. Si sentono solo le due tifoserie. E così per uscire dall'impasse il capogruppo in Senato prova a lanciare un terzo coro, ecumenico: «Lega! Lega!».

I fischi

Tocca a Fontana: qualche fischio, flebile, applausi (solo) dai lombardi. «Mi hanno accusato di dire cose che non dovevo dire. Quando le cose vanno bene sono il primo a riconoscere i meriti. Ma io non sto zitto. Resto federalista, continuerò ad aprire bocca, a ribellarmi». Sul palco si alternano i ministri, le front-women Susanna Ceccardi e Annamaria Cisint (protagonista di uno show no-burqa con ragazze velate e grida «levalo, levalo!»). E poi i vice, Claudio Durigon e Silvia Sardone, quest'ultima benedetta da Salvini come prossimo sindaco di Milano («Non può che essere lei», azzurri e meloniani avvisati).

Chiude il segretario e le parole d'ordine sono quelle di sempre, compresa la bacchettata ai giornalisti «servi del regime» che descrivono una Pontida vuota. Il pratone per la verità fatica a riempirsi e solo quando tocca a Salvini il colpo d'occhio restituisce il pienone. Superare l'"infame" legge Fornero, flat tax, stop al green deal. E poi legittima difesa, «Mario Roggero libero», più sicurezza con «diecimila militari nelle strade». E qui parte l'ennesimo coro: «Al Viminale, Salvinini al Viminale!». Fino agli stranieri che delinquono: «Fuori dalle p…!», grida il Capitano. Si chiude con la targa che intitola il pratone a Bossi e l'annuncio del congresso: «Sono disposto ad offrire la mia vita per i miei figli e per voi». Applausi, selfie e "Eye of the Tiger": «Now I'm back on my feet/ Just a man and his will to survive». «Sono tornato in piedi, solo un uomo e la sua voglia di sopravvivere». Chiaro, no?

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