Arriverà giovedì in Consiglio dei ministri il nuovo decreto legge sulla scuola a cui Palazzo Chigi e viale Trastevere lavorano da mesi. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, sta limando, con il governo, gli ultimi dettagli del provvedimento che conterrà il tetto massimo del 30% agli alunni stranieri per ogni classe, il divieto d’indossare burqa e niqab a scuola, l’obbligo di corsi d’italiano per i genitori migranti degli studenti che faticano con la lingua e, probabilmente, una serie di altri provvedimenti, come il cambio di nome da istituti tecnici a licei.
La misura portante, quella sul limite agli stranieri in classe, trasformerà in legge un’indicazione già esistente da 16 anni rimasta disattesa perché inapplicabile. Il tetto del 30%, tuttavia, non verrà esteso a tutti i minori privi di cittadinanza italiana. Più del passaporto, conteranno le conoscenze linguistiche.
Il dl si concentrerà infatti in maniera specifica sugli studenti di cittadinanza non comunitaria che presentano gravi difficoltà nel comprendere e parlare l’italiano. Si tratta soprattutto dei cosiddetti “Nai”: i nuovi arrivati. Una frazione dei 931mila alunni stranieri che frequentano le scuole italiane. La stima esatta dei Nai non c’è, ma si sa, ad esempio, che un terzo degli stranieri, circa 323mila, non è nato in Italia. E potrebbe avere dunque proprio quelle carenze su cui spinge la legge.
Saranno invece esclusi dal conteggio del limite gli alunni con documenti dell’Unione europea, equiparati per legge ai cittadini italiani, e buona parte degli studenti di seconda o terza generazione, quelli che già padroneggiano la lingua italiana.
Il provvedimento, sostiene Valditara, servirà a garantire una vera inclusione, contro quelle «classi ghetto» di cui ha parlato anche il presidente Mattarella. Classi che però, a guardare i numeri, rappresentano una esigua minoranza.
Le statistiche ufficiali del Mim si fermano al 2022/2023 e raccontano che in quell’anno scolastico le classi che superavano la soglia del 30% di presenze straniere erano il 7,6%. Con un picco nella scuola primaria (12,4%), seguita dalla scuola media al (7%) e infine dalle superiori (3,5%).
Ma se dal calcolo si escludono le seconde generazioni e si contano dunque solo gli alunni stranieri nati all’estero, ovvero coloro che potrebbero riscontrare reali barriere linguistiche all’ingresso, ecco che la percentuale delle classi critiche crolla precipitosamente alo 0,6% su scala nazionale. Poco più di 2mila sulle 366mila d’allora.
La maggior parte, in percentuale, si trova in Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, ma pure in Molise. Con casi limite come il 90% di iscritti del Bangladesh in una prima elementare di Mestre o il 76% di studenti stranieri in un istituto di Monfalcone.
Ora, per rendere operativa la norma, interverranno non solo i presidi, che dovranno spalmare gli iscritti tra le varie sezioni ma soprattutto gli uffici scolastici regionali e provinciali, per far sì che nessuno resti escluso e che gli iscritti fuori quota trovino, nel loro territorio, un altro istituto che li accolga senza sradicarli né farli spostare chilometri, acuendo lo svantaggio di partenza.
Per evitare poi che «gli studenti disimparino a casa quel che hanno imparato a scuola», come ha spiegato il ministro, arriverà, per i genitori dei ragazzi con problemi gravi d’inserimento a causa delle differenze linguistiche, anche l’obbligo di frequentare a loro volta corsi d’italiano realizzati, ad esempio, in collaborazione con i Cpia, i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, e le associazioni del territorio che già svolgono, gratuitamente, preziose lezioni.
Il burqa, infine. Sarà vietato come il niqab e qualsiasi tipo di velo integrale. Nel 2008 il consiglio di Stato aveva stabilito che in Italia fosse legittimo indossarlo per motivi religiosi o culturali. Ora il governo Meloni ci riprova, eliminando proprio quei «giustificati motivi». Con un decreto. A partire dalla scuola.