Vi ricordate quella lista di buoni propositi scritta con entusiasmo ingenuo a gennaio? Quella promessa solenne di cambiare vita, di iscriversi in palestra, di iniziare finalmente quel progetto rimandato per mesi? Ecco, com’è andata a finire? Se la risposta vi mette un po’ a disagio, non preoccupatevi: non siete soli, e soprattutto non tutto è perduto. Settembre potrebbe essere la vostra vera occasione di riscatto.
Sempre più spesso questo mese viene descritto come il vero inizio dell’anno, tanto che sui social è esplosa una vera e propria tendenza chiamata September Theory. L’idea di fondo è semplice ma potente: settembre, più di gennaio, sarebbe il momento ideale per fare bilanci, prendere decisioni importanti e introdurre cambiamenti concreti nella propria vita. E non è solo una suggestione collettiva: ci sono ragioni psicologiche, culturali e persino fisiologiche che spiegano questo fenomeno.
Il mondo si divide sostanzialmente in due categorie: chi teme l’arrivo di settembre sopra ogni cosa, vedendolo come la fine della libertà estiva, e chi lo aspetta e lo desidera per tutta l’estate, percependolo come un’opportunità di rinascita. Il primo settembre, in particolare, è una data simbolica. Tecnicamente è ancora piena estate per altre tre settimane, le scuole nella maggior parte dei casi non sono ancora ricominciate, e rispetto al 31 agosto non è cambiato quasi nulla nella realtà concreta. Eppure, nell’immaginario collettivo, rappresenta uno spartiacque netto: molti lo considerano un secondo Capodanno, il momento in cui si inizia davvero a fare sul serio.
Questa percezione affonda le radici in un’eredità culturale profonda che ci portiamo dietro dai tempi della scuola. A settembre inizia tradizionalmente un nuovo anno scolastico, quindi un nuovo capitolo della vita. Questo schema mentale si sedimenta nell’infanzia e nell’adolescenza, anni formativi in cui il ritmo delle stagioni è scandito dai cicli scolastici piuttosto che dal calendario gregoriano. Anche da adulti, quando l’anno scolastico è solo un ricordo, quella programmazione inconscia continua a influenzare il modo in cui percepiamo il tempo e organizziamo i nostri progetti.
@aspenkateSeptember theory 👏🏼
Ma c’è anche una ragione più concreta, quasi fisiologica. Rispetto al periodo natalizio, le vacanze estive permettono solitamente una pausa più lunga e spesso comportano un vero cambio di scenario: nuovi luoghi, ritmi diversi, abitudini completamente stravolte. Questo crea naturalmente un distacco tra un immaginario prima e dopo, rendendo più facile immaginare una trasformazione. Agosto, per chi ha la fortuna di goderselo in libertà, è un mese sospeso, quasi fuori dal tempo ordinario. Quando si torna alla routine, il contrasto è netto.
Inoltre, c’è una differenza climatica che non va sottovalutata. Gennaio, l’inizio convenzionale dell’anno, cade nel pieno dell’inverno: le giornate sono corte, ci sono lunghe ore di buio, fa freddo, e l’energia complessiva è bassa. È il momento dell’anno in cui il corpo richiede riposo, calore, introversione. Settembre, invece, è ancora quasi interamente estivo, ma con temperature generalmente più miti rispetto ai picchi di luglio e agosto. Le giornate sono lunghe, la luce invoglia a stare all’aperto e a fare attività, ma senza la morsa sfiancante dell’afa che spesso paralizza durante l’estate piena.
Questa combinazione di fattori crea le condizioni ideali per iniziare nuovi progetti, riprendere ad allenarsi o cambiare alcune abitudini consolidate. La pausa estiva, con il suo tempo dilatato e la possibilità di riflessione lontano dalla frenesia quotidiana, aiuta molte persone a schiarirsi le idee. Al rientro, l’idea che manchino solo tre mesi alla fine dell’anno può funzionare come stimolo ulteriore: è un tempo abbastanza lungo per ottenere risultati concreti, ma abbastanza breve da non sembrare infinito e quindi da non favorire la procrastinazione.
I professionisti della salute mentale confermano questa tendenza con dati concreti. Secondo una ricerca condotta da Unobravo, punto di riferimento nei servizi di supporto psicologico online, per circa il settanta per cento degli psicologi a settembre si registra un’impennata nelle richieste di iniziare un percorso terapeutico. E qui arriva un dato interessante: contrariamente alla narrazione classica che spesso associa il rientro dalle vacanze all’ansia da ufficio o allo stress lavorativo, le motivazioni principali che spingono le persone a cercare aiuto riguardano le relazioni affettive e personali, che rappresentano il trentuno per cento delle richieste, e le transizioni di vita, che arrivano al ventiquattro virgola quattro per cento. Il ritorno al lavoro, da solo, pesa solo per il diciassette virgola tre per cento.
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Questo conferma che settembre viene effettivamente vissuto come un turning point, un momento di bilanci più ampio e profondo. Non si tratta solo di riprendere la routine, ma di mettere in discussione aspetti fondamentali della propria esistenza: le relazioni che ci soddisfano o ci svuotano, i percorsi che stiamo seguendo, le direzioni che vogliamo prendere. È il mese in cui ci si chiede se la propria vita abbia ancora senso così com’è, o se sia arrivato il momento di cambiare qualcosa di sostanziale.
Tuttavia, c’è un lato oscuro in questa spinta motivazionale. Proprio come accade con le iscrizioni in palestra a gennaio, anche i buoni propositi di settembre rischiano di dissolversi rapidamente. Gli stessi psicologi intervistati da Unobravo notano che circa un professionista su tre osserva un abbandono precoce da parte dei nuovi pazienti, che decidono di interrompere il percorso dopo poche sedute. L’entusiasmo iniziale, per quanto sincero, si scontra con la fatica del cambiamento reale, che richiede tempo, impegno e soprattutto costanza.