
La manifestazione di sindacati, collettivi e residenti tra le vie del Pilastro. Alcuni partecipanti: "Nella strada della tragedia una targa che lo ricordi".

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La "marcia popolare" per ricordare Abderrahim Fakir inizia e termina dove il 42enne, domenica scorsa, è deceduto durante un fermo di polizia. L’angolo tra via Svevo e via Panzini è colmo di persone, almeno duemila, che sono scese per le strade del Pilastro a una settimana dalla scomparsa dell’uomo. Questa volta, come era successo la sera stessa della morte, senza violenza. Senza scontri, guerriglie o disordini. Al Pilastro non c’è nemmeno la polizia: né mezzi blindati né agenti in tenuta antisommossa scortano il serpentone, monitorato esclusivamente da alcuni agenti della Digos e del Nucleo Informativo dei carabinieri. La voce del serpentone è unanime: "Giustizia e verità per Fakir. Che è morto chiedendo aiuto".
Prima di partire in corteo, un minuto di silenzio per omaggiare Fakir avvolge il rione: tutti si inginocchiano tenendo il pugno alzato e gli occhi chiusi, gesto simbolo già usato per ricordare George Floyd. In prima fila, tengono teso uno striscione, all’avvio della manifestazione, un gruppo di ragazzini, residenti del quartiere. Tra le loro mani, qualche cartello contro la polizia: "Aboliamola", "fuori gli sbirri dai nostri quartieri", "polizia assassina e razzista". Frasi che vanno contro la "militarizzazione" di varie zone cittadine, denunciata più volte anche in questi giorni da collettivi, attivisti e residenti dei comitati. Il serpentone è poi partito, tra cartelli che immortalano il fermo paragonandolo a quello di George Floyd, per una "marcia popolare" attorno al parco Mitilini.
A ridosso del cantiere del MuBa, tanto contestato nei mesi passati, sui muri della biblioteca compare un foglio: "Non siamo scarafaggi", con l’immagine del contenimento del 42enne durante il quale è spirato. Da questa rabbia nasce una proposta: "Chiediamo al sindaco di cambiare la via dove è stato assassinato nostro fratello, in un omicidio di stato, e intitolarla con una targa a Fakir", dice un uomo al microfono, dopo aver ricevuto la chiamata della moglie del 42enne. Dal Marocco, la donna ha chiesto "verità" per la morte del marito e ha ringraziato i presenti per la mobilitazione.
Non mancano critiche all’amministrazione locale e nazionale: "Fermiamo la deriva autoritaria", recita uno striscione, mentre al megafono si grida al "patto criminale" tra il ministro Matteo Piantedosi e il sindaco Matteo Lepore. A lui un cartellone dedicato: "Sindaco, chi ha voluto militarizzare i quartieri?". Per le strade del Pilastro, oltre ai residenti, ci sono gli attivisti della galassia antagonista e dei sindacati di base (Plat, Si Cobas e Usb, i collettivi Cua, Cas e Osa, Giovani Palestinesi e Labàs), con Potere al Popolo. Uno degli ultimi interventi è netto nei confronti di chi "ha assassinato Fakir". Il corteo si è concluso con un momento di preghiera davanti al luogo della tragedia.
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