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Simonetta Cesaroni, la sorella: «Nella casa di via Poma c’era qualcuno nascosto. Uno sconosciuto mi disse: "Il peggio deve ancora arrivare"»


Sono trascorsi 36 anni dal delitto di via Poma, ma per la famiglia Cesaroni la ricerca della verità non si è mai fermata. Simonetta Cesaroni aveva soltanto 20 anni quando, il 7 agosto 1990, venne trovata senza vita negli uffici dove lavorava a Roma. Da allora il caso è passato attraverso diverse indagini e un processo, senza però arrivare a individuare con certezza il responsabile dell'omicidio.

Oggi, mentre la Procura è tornata a esaminare la vicenda, la sorella della vittima, Paola Cesaroni, ha deciso di raccontare pubblicamente ciò che ha vissuto. Lo fa attraverso il libro “In nome della verità”, realizzato insieme al giornalista Igor Patruno e pubblicato da Piemme. Un racconto personale nel quale il delitto occupa un posto centrale, ma nel quale emerge soprattutto il ricordo di Simonetta come giovane donna piena di entusiasmo e progetti.

Prima di diventare il nome di uno dei casi di cronaca più controversi d'Italia, Simonetta era una ragazza come tante. Amava divertirsi, trascorrere il tempo con gli amici, ascoltare musica e praticare sport. Con Paola aveva condiviso la passione per il pattinaggio e le vacanze sulla neve organizzate dal padre. Le due sorelle avevano anche viaggiato insieme in Spagna, vivendo quella che per Simonetta era stata la sua prima vacanza importante lontano dai genitori.

Nell'estate del 1990 la giovane stava vivendo anche un momento delicato dal punto di vista sentimentale. Era legata a Raniero Busco e soffriva perché lui aveva scelto di partire per le vacanze senza di lei. Paola cercava di rassicurarla, invitandola a non vivere quella delusione come la fine del mondo.

Nonostante tutto, Simonetta guardava avanti. Aveva iniziato a lavorare negli uffici degli Ostelli della gioventù di via Poma e stava pensando alle vacanze. Poco prima della tragedia aveva chiesto alla sorella del materiale informativo per organizzare un soggiorno in montagna. Paola lo aveva recuperato proprio quel 7 agosto. Sarebbero rimasti inutilizzati.

La scoperta del corpo

Quella sera Simonetta non tornò a casa e, soprattutto, non telefonò. Per la famiglia era un fatto insolito, perché la ragazza era solita avvertire anche quando accumulava un semplice ritardo.

Cominciò così la ricerca, che portò i familiari a rivolgersi anche al datore di lavoro della giovane.

Dopo diverse difficoltà riuscirono a raggiungere lo stabile di via Poma.

Secondo il racconto di Paola, inizialmente la moglie del portiere, Giuseppa De Luca, sostenne di non avere le chiavi dell'ufficio. La donna avrebbe continuato a ripeterlo anche quando i familiari le chiesero di accompagnarli comunque davanti alla porta. Solo successivamente le chiavi vennero utilizzate per aprire l'ingresso.

Fu Salvatore Volponi a entrare per primo. Dopo pochi istanti uscì sconvolto. Paola racconta di averlo visto tornare verso di loro con le mani tra i capelli e di averlo seguito, trovandosi davanti alla scena che avrebbe segnato per sempre la sua vita: il corpo di Simonetta a terra.

Da quel momento, però, insieme al dolore sono rimasti numerosi interrogativi.

Le tracce che non convincono la famiglia: c'era qualcuno nascosto?

Uno degli elementi sui quali Paola continua a interrogarsi riguarda alcune tracce di sangue che, secondo il suo ricordo, erano visibili dietro la porta dell'ufficio. In seguito, però, quelle tracce non sarebbero risultate nelle fotografie scattate dalla Scientifica.

Da qui nasce una delle ipotesi più inquietanti della famiglia: che qualcuno fosse ancora all'interno dell'ufficio quando loro arrivarono. Potrebbe essere stato l'assassino oppure un'altra persona entrata successivamente per eliminare eventuali tracce.

Paola ammette che si tratta di un pensiero difficile da sostenere, ma non riesce ancora a escluderlo. A suo giudizio, la grandezza degli ambienti avrebbe potuto consentire a una persona di nascondersi e attendere che i familiari lasciassero il posto.

Anche il comportamento della moglie del portiere continua a suscitare perplessità. Paola ricorda che, al momento dell'arrivo della polizia, la donna avrebbe tenuto le chiavi nascoste dietro la schiena, ritardando la consegna agli agenti. Un episodio che, a distanza di decenni, la famiglia non è riuscita a comprendere.

La frase dello sconosciuto

Tra gli episodi più misteriosi c'è quello di un uomo mai identificato. Poco dopo la scoperta del corpo, mentre Paola si trovava nell'atrio del palazzo, uno sconosciuto si avvicinò e pronunciò una frase inquietante, dicendole che il peggio doveva ancora arrivare.

Paola pensò inizialmente che fosse una persona legata ai servizi sociali o comunque qualcuno arrivato per assistere la famiglia. Successivamente, però, in Questura le dissero che quell'uomo non apparteneva alle forze dell'ordine. Da allora la sua identità è rimasta sconosciuta.

E non è l'unico elemento che alimenta i dubbi. Prima della morte, Simonetta avrebbe ricevuto telefonate anonime da un uomo che le faceva apprezzamenti e sosteneva di conoscerla. Dopo l'omicidio, inoltre, una telefonata arrivò alla famiglia con una minaccia rivolta a Paola.

Anni più tardi, nel 1993, la sorella di Simonetta rimase coinvolta in un incidente stradale e successivamente raccontò di essere stata inseguita e aggredita da tre uomini. I responsabili furono identificati e, secondo quanto riferito da Paola, gli investigatori ipotizzarono anche un possibile collegamento con il delitto. Un'ipotesi che, tuttavia, non trovò una conferma definitiva.

Un caso ancora aperto nella memoria

Le indagini sul delitto di via Poma hanno seguito diverse direzioni. Tra i primi sospettati ci fu il portiere Pietrino Vanacore, morto suicida nel 2010. Successivamente l'attenzione degli investigatori si concentrò su Federico Valle.

Nel 2009 fu invece processato Raniero Busco, l'ex fidanzato di Simonetta. Al centro dell'accusa c'erano anche alcune tracce di DNA considerate riconducibili all'uomo. Busco venne condannato in primo grado a 24 anni di carcere, ma fu poi assolto sia in Appello sia definitivamente in Cassazione.

A distanza di 36 anni, il caso torna dunque sotto i riflettori della Procura. Paola Cesaroni guarda con speranza alle nuove attività investigative e ai possibili confronti del materiale genetico con quello appartenente a persone già individuate dagli investigatori.

La sorella di Simonetta non nasconde la difficoltà di continuare ad aspettare dopo così tanto tempo, ma non ha perso la fiducia. Il suo desiderio rimane quello di ottenere finalmente una risposta sull'omicidio e di dare un punto fermo a una vicenda che, per la sua famiglia, non si è mai davvero conclusa.

Perché dietro il nome “via Poma” non c'è soltanto uno dei più celebri misteri della cronaca italiana. C'è soprattutto Simonetta: una ragazza di 20 anni, con i suoi sogni, le sue passioni e una vita che avrebbe dovuto ancora essere vissuta.

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