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«Sono un caso mondiale». E il romanzo di Sigfrido diventa una saga fantasy


«È crisi, c’è grossa crisi», diceva Corrado Guzzanti nella sua strepitosa parodia del santone galattico de’noantri, l’immenso Quèlo. E a lui sembra ispirarsi Sigfrido nell’ultima versione di Ranucci. «Io sono diventato un caso mondiale», assicura l’Ego di Report facendosi gli auguri on line per i suoi 65 anni compiuti in queste ore. La grossa crisi guzzantiana fa il paio con la «character assassination - così la chiama Sigfrido - forse senza precedenti nel nostro Paese ma forse anche a livello mondiale» di cui lui si sente vittima. Sigfrido come John Lennon? Ranucci - l’amico di Ciociò, nomignolo con cui veniva chiamato Lavitola quando viveva nella sua Napoli - come John Fitzgerald Kennedy, la cui “assassination” fa ancora parlare il mondo intero?

LA SINDROME

Una sindrome così noi la chiameremmo amichevolmente la sindrome di Quèlo, ovvero «c’è crisi, c’è grossa crisi» nella globosfera perché ce l’hanno tutti come me. Anche Trump e Netanyahu aveva detto giorni fa Sigfrido immaginando, anzi assicurando e lo ripete adesso, l’esistenza di un vasto e losco disegno che unirebbe i Fratelli d’Italia con tutti gli altri cattivi dell’emisfero occidentale ma anche di quello orientale. O magari a Sigfrido lo salveranno i cinesi? O i marziani o, perché no?, i marxiani visto che non ci sono più i marxisti? Pietà, Ranucci, non portare anche noialtri nella sfera del non sense, non rendere questo romanzo della “Bomba d’amore” una storia delirante o patologica. Non siamo pronti a questo salto di livello. Lasciaci - please - alla nostra Italietta, alla bottega Rai, alle beghe caserecce del Cefalù e del Palazzo, fermaci a Valterino senza scomodare i potenti del mondo e le loro trame che si starebbero servendo dei giornali nazionali per un disegno internazionale. La “gogna” di cui Sigfrido si sente oggetto procede a colpi di «oltre duemila articoli» contro di lui e l’Italia e il mondo - mannaggia alla globalizzazione! - partecipano insieme a questo complottone, visto che la guerra in Ucraina non merita altrettanta attenzione (Zelensky? Suvvia, Io so’ Ranucci!”), la tragedia del Medio Oriente è nulla in confronto a quella di Report, il caldo planetario è trascurabile così come la Ue che annaspa e il riscaldamento globale che uccide. Attenti però complottomani di tutto il mondo, perché la gente anzi “la mia gente” - «Tutti coloro che mi stanno manifestando attestati incredibili di solidarietà, di affetto, di vicinanza in questi due mesi di gogna» - è pronta a difendermi. Così come la memoria di Falcone e quella di Borsellino, a cui Ranucci si è paragonato per ribadire che «in Rai c’è un po’ di mafia e un po’ di massoneria» ma per fortuna c’è anche lui che, avete visto che applauso mi ha tributato l’Anm durante il suo congresso?, contrasta il Male in nome del Bene. In ogni caso, chi leggeva il romanzo dell’estate come un romanzo domestico, sappia che invece è un best seller internazionale. Un «caso mondiale», appunto. Nel quale Sigfrido è insieme Quèlo (un santone che spara sentenze, «c’è crisi, c’è grossa crisi», e non risponde sui suoi rapporti con Lavitola ma tanto, cinematograficamente parlando “La dolce lavitola” e “Lavitola è bella” e tutto il resto è solo character assassination) e un telepredicatore di quelli che fanno coincidere l’Apocalisse con la scoperta dei propri trucchi ad uso dei creduloni.

IL KOLOSSAL

Ciò che stiamo leggendo in questo romanzo anzi in questo kolossal (quando arrivano gli sceneggiatori di Netflix?) è la storia di un divo televisivo che smette di raccontare la cronaca e comincia a convincersi che il mondo ruoti attorno a se stesso. Si tratta di un punto di non ritorno in cui l'Ego travalica il palinsesto, la realtà diventa un mero contorno e l’auto-narrazione assume contorni epici, quasi messianici. Gli psicoterapeuti la chiamano, forse, Sindrome da Delirio di Copertina (SDC), una patologia professionale ad alta contagiosità che in Italia vanta illustri precedenti (quando Enzo Siciliano da residente Rai chiamò Santoro «Michelechi?», egli ebbe un mancamento) e che trova nelle ultime uscite di Sigfrido una delle sue manifestazioni più esilaranti e rivelatrici. Dichiararsi un «caso mondiale» e sostenere di avere «ormai tutti contro a livello planetario» è insomma una vetta che merita un applauso a scena aperta. Quello che oggi tributeranno a Ranucci i suoi fan, i fedeli di Quèlo, nello spettacolo del “Diario di un trapezista” a Cerveteri e poi in altre città. L'idea che a Washington, a Bruxelles, a Tel Aviv e perché no anche a Tokyo e a Buenos Aires ci siano comitati d'affari riuniti a reti unificate con l'unico obiettivo di fermare Report va bene per una saga fantasy dove il conduttore è l'ultimo cavaliere rimasto a presidio della Verità. Ed è questa che stiamo leggendo. Nella trama, c’è l’escalation di un caso televisivo da Mamma Rai che Sigfrido l’eroe dei due mondi fa diventare un caso universale, e a lui non dispiacerebbe - come si capisce dall’ultimo post - che si sollevasse una mobilitazione internazionale in sua difesa. I ranucciani come la famosa setta dei davidiani a cui guarda caso è stata dedicata una serie televisiva? Reportology come Scientology? Anche meno, si spera. Ma di sicuro, non rasserena vedere, nell’aggravamento della Sindrome da Delirio di Copertina, che la critica diventa «censura di regime»; che se il gradimento oscilla, è «boicottaggio delle potenze forti»; che se qualcuno solleva un dubbio di metodo, è «un attacco sferrato dai poteri occulti».

IL TELE-NARCISISMO

La verità è molto più prosaica e assai meno fantasmagorica. Nessuno a livello planetario sta ordendo trame nei sotterranei della Cia o del Mossad per oscurare Sigfrido o un servizio sulle concessionarie autostradali o sul prezzo dei panettoni. Il tele-narcisismo tende a confondere l'algoritmo dei social e le polemiche del cortile politico nostrano con la geopolitica globale. Un po' di sano ridimensionamento non guasterebbe. Ma è stata inventata una medicina contro la SDC?

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