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Spingi lo sguardo più oltre - IVG.it


“Il tempo è un fiume che mi trascina,/ ma sono io quel fiume; è una tigre che mi divora, ma sono io quella tigre;/ è un fuoco che mi consuma,/ ma sono io quel fuoco./ Il mondo, disgraziatamente, è reale;/ io, disgraziatamente, sono Borges.” (Nuova confutazione del tempo in Altre inquisizioni). Gli intensi versi di Jorge Luis Borges sintetizzano il perenne fluire dell’esistenza di ogni singolo essere vivente, l’impossibilità di bagnarsi due volte nello stesso fiume e di rimanere immutato in procinto del prossimo ingresso nelle acque che scorrono, essere ciò che si divora e si consuma per esistere e tutto questo, cerchio che si chiude su se stesso, è disgraziatamente reale ed è meravigliosamente e tragicamente ciò che chiamiamo esistenza. Il verbo esistere deriva dal latino ex-sistere, porre fuori da, io esisto nel momento in cui emergo, attraverso un atto cosciente, dall’indistinto per “divenire me stesso”. La consapevolezza di questo “trapassare” è una questione imprescindibile se si vuole tentare di dare un senso alla nostra effimera presenza a noi stessi nel tempo infinito. Certo, l’alternativa, oggi estremamente diffusa, potrebbe essere quella di non porsi il problema, sarebbe un lasciarsi inghiottire dalla filosofia dello struzzo il quale, allegoricamente, non ha paura di vivere poiché non vede il problema ma espone le terga. Abbiamo già affrontato altrove l’imbarazzante scelta dello struzzo, in queste brevi righe gli interrogativi, sotterranei nei versi di apertura, sono: coscienza e coscienza di sé vanno intese come un’unica realtà? Ex-sistere comporta l’insorgere del dualismo tra io e altro da me? La ricerca di un senso nell’esistenza è un atto creativo che risponde a una necessità congenita o un viaggio incontro a qualcosa che ci precede? È evidente che per ogni interrogativo sia possibile avere numerose ipotesi di risposta e che ognuna di queste sia radice per innumerevoli interrogativi ulteriori, si tratta dell’infinito viaggio di quell’umanità che ancora ha il coraggio di pensare, non so quanto a lungo tale peculiarità della specie saprà sopravvivere, ma, nel frattempo, penso sia “bello e buono” non abbandoniamo la gioia dell’ebrezza di sollevarci sul contingente per respirare i profumi e i colori di “un pensiero altro” in volo sull’abisso che ci abita.

Forse una domanda che riassume, contiene e mette in relazione i nostri interrogativi precedenti, potrebbe essere: cos’è la coscienza? È lecito reputarla una semplificazione della questione ma non ne sarei così sicuro. Intanto è opportuno precisare che la coscienza può essere intesa come ente metafisico che non soggiace a limiti spaziotemporali, che abita provvisoriamente un corpo ma che lo precede e gli sopravvive; oppure come atto compiuto da un soggetto che si pone come capace a tale azione rendendo la coscienza una relazione dinamica tra un soggetto e l’altro da sé e che, pertanto, non lo precede ma ne è effetto eppure sostanza, unità che riconduce a quella sorta di coincidenza fra le parti incontrata nella poesia di apertura. I versi di Borges mi riportano alla sera in cui vennero citati in spagnolo dall’amico Gershom che, in quel periodo, si stava dedicando alla lettura in lingua originale dell’opera del genio argentino. Senza tradurli e, forse, fidando più sul mio intuito che sulla mia precaria conoscenza dell’idioma, proseguì con un’immagine che probabilmente lo abitava da un po’ proprio al riguardo. “Come sostiene il tuo amico Nietzsche – intanto osservava la luce della luna che scivolava sul mare lontano tentando di approdare alla spiaggia – ognuno pencola sul proprio abisso, ebbene, mentre lo osserviamo ci rendiamo conto di poter vedere l’immobilità assoluta di un lontanissimo fondo, non ci resta che lanciare un sasso in quell’orrido per ascoltarne l’impatto lontano. Solo allora è possibile avvertire un’approssimativa consapevolezza di profondità e, forse, se siamo bravi e fortunati, potremo osservare i cerchi che il sasso ha generato nel suo incontro con le acque del nostro abisso. Non so se il tuo amico ha ragione, se in quel momento in cui vediamo l’abisso comprendiamo che lui stesso osserva noi, se ci cogliamo come unità, se la mente non finisce per vacillare e fuggire lontana, non lo so, e poi – concluse molto pragmaticamente – è tempo di occuparmi del fatto che i nostri bicchieri sono vuoti”.

Nell’immagine descritta da Gershom la coscienza è il lago abissale, qualcosa che ricorda l’inconscio collettivo di Jung, non individuabile in un atto di nascita e priva di scadenza. Il suo manifestarsi alla coscienza del soggetto la rende relazione senza ridurla alla stessa, il soggetto non la produce ma la coglie in sé anche se in forma di cerchi privati che sono altro dalla sua eterna immobilità collettiva che, pure, permane nelle profondità. Potremmo definirla una sorta di “tempo della reciprocità”, un istante di eternità colto nel fluire, un meraviglioso e inebriante assurdo logico che rivela la più divina natura di noi stessi, certo, può far paura e possiamo evitare di guardarci dentro, ma quale perdita, quale rinuncia. Sappiamo bene che non abbiamo scelto di nascere e che non ci è dato di non morire, questo però non ci solleva dal diritto e dalla possibilità della ricerca di noi stessi e, necessariamente, di un senso. Come accettare di inondare le profondità di inutili rumori e contingenze effimere così da non conoscerle come valle dell’eco per la nostra voce? Paura dell’abisso? Forse del nulla? E allora coraggio, orsù, ancora una volta, che sia la nostra risata libera e liberatoria a illuminare gli abissi, che sappia regalarci la bellezza della solidarietà, una volta compreso che le acque laggiù sono profondità condivise. Nei mesi successivi andai a rivedere antichi appunti e ritrovai la definizione di Douglas Hofstadter che descriveva la coscienza come una sorta di strano loop, nel quale la mente si conosce come corpo e viceversa, a margine avevo appuntato il concetto di noumeno kantiano, qualcosa che è e non può non essere, anche se è impossibile la sua conoscenza agli strumenti umani. Subito dopo seguiva la domanda che un partecipante a una mia antica conferenza mi aveva posto: quando si sviene o si è sotto anestesia generale o, ancor di più, in come dove va a nascondersi la coscienza?

Il neurochirurgo Eben Alexander descrive la sua esperienza di coma come la prova dell’indipendenza della coscienza dal soggetto che ne riacquisisce le tracce una volta ricongiunto con la stessa. Nel suo scritto arriva a sostenere che, quanto ricorda del suo “viaggio incosciente”, sia la prova dell’esistenza del Paradiso; naturalmente numerosi suoi colleghi si sono cimentati nel facile esercizio di smontare le sue tesi, non credo che sia questa la prospettiva più utile per affrontare la questione, il rischio sarebbe di scivolare in ambiti teologici e di fede privata, meglio l’illuminante sintesi di Borges o la stimolante immagine di Gershom. L’io che lancia il sasso rappresenta l’esperienza materiale del soggetto che agisce, registra e memorizza, per dirla con Bergson; credo sia nella natura dell’essere umano, il lancio del sasso non è una scelta, è una possibilità imprescindibile. Il lago abissale ben ci riporta all’idea di Jung che lo paragona all’inconscio dove vivono i draghi e dove, secondo l’allegoria di Bardesaghe, ci si deve tuffare per riemergere con la meravigliosa perla della coscienza del proprio divino. I cerchi sull’acqua mi rimandano, mutatis mutandis, al mondo della vita di Husserl per il quale, e l’allegoria gershomiana è illuminante al riguardo, la “coscienza è sempre coscienza di qualcosa”. Il sasso, il lago, i cerchi sull’acqua che, aspetto importante, continuano ad allargarsi e si intrecciano con altri ad ogni caduta di pietra, non sono causa e/o effetto ma unità dinamica nella reciprocità delle parti e del gioco del divenire. Non è un caso che abbia aperto queste righe con il linguaggio della poesia, per la stessa ragione ancora alla poesia affido la chiusa: “… ora guarda laggiù, vedi?/ no, non là, più oltre,/ spingi lo sguardo più oltre,/ laggiù/ dove non è più mare/ e ancora non è fiume, / dov’è il pullulare,/ insomma,/ quello che l’uomo chiama vita,/ quella meravigliosa/ terribile fatica/ del trapassare”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.