Davanti a noi la vallata ha cominciato a scomparire. I pullman sono stati trascinati via uno dopo l'altro e a noi sono rimasti pochi secondi per scendere dal mezzo in cui ci trovavamo e scappare verso la montagna». Stefano Lotumolo è ancora sotto shock per quanto accaduto. Ora sta bene, ma il fotografo toscano, originario di Lucca, che viaggiava da settimane per il Nepal con la compagna, è stato a un passo dalla morte: «Sono un miracolato, non era il mio momento» ripete.
Lotumolo pronuncia queste parole da una stanza d'albergo a Kathmandu. Ci è arrivato soltanto poche ore prima, portato in salvo in elicottero dai militari nepalesi, dopo una notte trascorsa sulla montagna. Classe 1987, fotografo e amante dei viaggi, da anni attraversa Africa, Asia e Sud America con la macchina fotografica.
Stefano, dove vi trovavate quando è successo?
«Eravamo quasi al confine tra Nepal e Cina. Stavamo raggiungendo il Kailash, la montagna considerata la dimora di Shiva. Un luogo sacro. Era un viaggio che desideravo fare da tempo, anche per il mio lavoro fotografico. Eravamo su un pullman e stavamo attraversando la vallata quando è successo tutto».
Che cosa avete visto?
«Prima il rumore. Un boato pazzesco. Poi abbiamo visto arrivare una massa enorme di acqua, fango e detriti dalla montagna. Eravamo a pochissimi metri. È difficile spiegare la velocità con cui è accaduto: davanti a noi tutto cominciava a sparire».
Come vi siete messi in salvo?
«È stata una manciata di secondi, forse venti. Siamo scesi dal pullman e siamo corsi sul versante della montagna. Non c'era il tempo di prendere niente, né di pensare. Dovevi soltanto salire. La massa di detriti è passata a una decina di metri da noi».
E il vostro pullman?
«Alla fine è stato ribaltato anche quello. Noi eravamo già fuori dalla traiettoria. Per chilometri e chilometri la vallata è stata spazzata via. A venti metri davanti a noi non era rimasto più nulla. Dei pullman che stavano attraversando quella zona, il nostro gruppo è stato uno dei pochissimi a salvarsi».
Come state ora?
«Credo di non aver ben compreso ciò che è accaduto. Ci vorranno giorni, forse mesi per metabolizzare. Io continuo a pensare che la morte sia arrivata fino a noi e poi abbia deciso di lasciarci andare. Non riesco a trovare un'altra immagine. Ieri mattina siamo morti per qualche istante. Adesso siamo vivi di nuovo».
E il luogo dove avete dormito la notte precedente?
«Non esiste più. L'hotel dove avevamo dormito è stato completamente spazzato via. Così come interi villaggi. Abbiamo perso documenti, soldi, le nostre cose. Ma quando hai appena visto una cosa del genere non riesci neppure a considerarle delle perdite. Tutto improvvisamente assume un peso diverso».
Dove siete andati dopo essere scappati dal pullman?
«Siamo rimasti sul versante della montagna per tutto il giorno. Non c'era altro posto dove andare: la strada non esisteva più. Non c'era più niente. La sera alcune persone del posto ci hanno accolto in una piccola costruzione di pietra, credo fosse utilizzata durante l'anno per tenere gli animali».
Avete dormito lì?
«Dormito è una parola grossa. Eravamo cinquanta, forse sessanta persone stipate in due piccole stanze. Noi eravamo un gruppo di otto, gli altri erano quasi tutti abitanti della zona. Fuori continuava a piovere e avevamo paura che potesse succedere qualcos'altro».
Che notte è stata?
«Assurda. E, per certi versi, piena di gioia. È la cosa che mi resterà forse più impressa. Accanto a noi c'erano persone che avevano appena perso tutto. La casa, il villaggio, magari persone che conoscevano. Eppure ridevano. Noi occidentali eravamo sconvolti e loro riuscivano ancora a sorridere».
Quando avete saputo che sareste stati evacuati?
«Questa mattina presto (ieri ndr). Intorno alle sei sono arrivati i militari nepalesi. Via terra era impossibile muoversi perché non c'erano più collegamenti. L'unica possibilità era l'elicottero. Noi abbiamo fatto due trasferimenti e nel pomeriggio siamo finalmente arrivati a Kathmandu».
E adesso che è finalmente fermo in una stanza, che cosa prova?
«Gratitudine. Non trovo un'altra parola. E un rispetto enorme per la vita. Penso alle persone che erano nella stessa vallata e che oggi non possono dire la stessa cosa. Noi possiamo farlo».