okayduckyachtclub.xyz

Giovani all'estero: vogliono tornare, ma a queste condizioni


Stipendi più alti e riconoscimento del merito: i giovani italiani all’estero vorrebbero tornare, ma solo a queste condizioni

Sono oltre sei milioni gli italiani oggi registrati all’Aire, l’anagrafe dei connazionali che risiedono all’estero. Ma i flussi reali sono ben più ampi dei numeri registrati dalla burocrazia e dai rapporti ufficiali, Istat incluso, che si basano proprio sui trasferimenti di residenza certificati dall’ente. Eppure, tanti dei giovani che se ne sono andati vorrebbero a tornare. Ma ci sono due requisiti sui quali sono irremovibili: un aumento consistente delle retribuzioni e una maggiore rilevanza del merito. E’ quanto emerge dall’indagine promossa dal Cnel contenuta nel Rapporto ‘Giovani Expat. Come farli tornare‘ realizzata da Ref Ricerche con Questlab. L’aumento dello stipendio è giudicato estremamente rilevante dall’83% di chi ha partecipato al sondaggio. Sommando i giudizi di rilevanza, le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo arrivano all’88% e il merito al 79%. Seguono gli incentivi al rientro con il 75% e la conciliazione tra vita e lavoro con il 72%, mentre alloggi accessibili e servizi pubblici efficienti, gli ambiti di competenza più diretta dell’attore pubblico, chiudono la graduatoria con il 63% e il 62%.

L’indagine si innesta sul quadro statistico elaborato dal Cnel, che fotografa una vera e propria emorragia generazionale: tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso, al netto dei rientri, 441 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo negativo record di oltre 61 mila unità nel solo 2024. A certificarne l’anomalia è l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (Isfm) ideato dal Cnel: per ogni coetaneo che arriva da un’economia avanzata, partono più di 14 giovani italiani (14,5), a fronte di un rapporto sostanzialmente paritario (attorno all’unità) nelle altre grandi nazioni europee. Il valore del capitale umano perso è stimato in 159,5 miliardi di euro nel periodo 2011-2024, pari a circa 16 miliardi l’anno secondo i trend più recenti. A parità di potere d’acquisto, tra il 2000 e il 2024 lo svantaggio salariale dell’Italia è peggiorato rispetto a tutti i principali partner europei: da un vantaggio dell’1% a un ritardo del 7% rispetto alla Spagna, da un divario del 14% al 36% verso la Germania, fino a salire dal 39% al 71% nei confronti della Svizzera.

“Sedici miliardi l’anno di capitale umano formato in Italia e messo a frutto altrove sono un’emorragia che nessuna economia della conoscenza può permettersi. Eppure, quasi due terzi di chi ha risposto dichiara che tra cinque anni sarà dove ci saranno le opportunità migliori: quindi anche in Italia, se sapremo crearle”, commenta il presidente del Cnel Renato Brunetta. La fuga dei cervelli rimane un problema anche se, secondo la ministra del Lavoro Marina Calderone, il fenomeno è in regressione, con un calo del 20% del numero degli italiani andati all’estero per lavorare nel 2025. I dati presentati a Cernobbio da una ricerca del Teha Group con Philip Morris Italia indica però nel 2024 141mila cittadini che hanno trasferito la residenza, per un costo in termini di minore crescita che vale attorno agli 11 miliardi.