
Strage di Corinaldo, Moez Akari: uno dei membri della banda dello spray

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Ancona, 28 luglio 2026 – Sette anni e mezzo dopo la strage della Lanterna Azzurra di Corinaldo (la discoteca dove la notte dell’8 dicembre 2018 cinque adolescenti e una madre, che aveva accompagnato la figlia al concerto, morirono nella calca scatenata dallo spray al peperoncino) uno dei membri della banda colpevole dei fatti, composta da tutti ragazzi emiliani, rompe il silenzio. Lo fa dal carcere di Ferrara, dove sta scontando la sua pena, in una testimonianza raccolta da Canale 122-Fatti di Nera.
Si presenta senza giri di parole: “Mi chiamo Moez Akari e sono in carcere per omicidio, rapina e furto: faccio parte della banda dello spray e sono responsabile di quello che è accaduto alla Lanterna Azzurra”. Per i fatti di quella notte i componenti del gruppo hanno riportato condanne pesanti, diventate definitive in Cassazione nel luglio dello scorso anno. È la prima volta che uno di questi ragazzi racconta davanti a una telecamera il peso della colpa e la decisione di confessare.
Il racconto parte proprio da lì, dalla confessione che diede davanti ai magistrati, che rivendica oggi come una scelta: “Nessuno si era assunto la responsabilità di quanto accaduto. L’ho fatto io, perché era giusto così: c’erano famiglie che stavano male e dovevano sapere che cosa fosse successo, e perché”. Degli altri componenti del gruppo non vuole parlare: “Siamo in tanti, ma io posso parlare solo di me: ognuno ha preso la propria strada”. La sua è passata dallo studio fino al traguardo della laurea in Biotecnologie farmaceutiche, al termine di un percorso costruito negli anni di detenzione. “Le decisioni che ho preso, come quella di laurearmi, dicono chi sono ora”.

Strage di Corinaldo: le vittime
Il pensiero, però, torna sempre a quella notte: “Penso continuamente a quei ragazzi”. Nel racconto c’è anche l’incontro con la madre di una delle vittime, che gli ha messo in mano la fotografia del figlio. “Mi ha portato la foto del figlio che non c’è più e mi ha detto: tienila, e ricordati di quello che è successo – dice –. Sono sbiancato, non sapevo cosa dirle. Suo figlio le mancherà per sempre”. L’ultimo pensiero va alle sei famiglie gravate dal lutto. Il perdono che cerca, spiega, non può passare da uno schermo né da una lettera: va chiesto di persona, guardandosi negli occhi. “Chiedere perdono davanti a una telecamera non è come farlo in presenza: voglio che capiscano chi fossi e chi sono diventato. Se lo vorranno, senza sentirsi obbligate, chiamerei una per una tutte le famiglie, per mostrare la persona che sono adesso e chiedere il perdono vero e proprio. Sperando, soprattutto, che lo accettino”.
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