
La spiaggia sempre più stretta

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Ravenna, 24 agosto 2026 – Se in oltre 120 anni, da inizio ‘900 a oggi, la subsidenza naturale e quella antropica hanno abbassato certi punti della costa ravennate fino anche a un metro abbondante, lo scenario che ci attende nel futuro neppure tanto lontano è ben più catastrofico a causa delle conseguenze del cambiamento climatico, ovvero l’innalzamento del livello dei mari (già da anni in atto) dovuto allo scioglimento dei ghiacci ai due poli e che si aggiungerà alla subsidenza.
A questo maggiore apporto di acqua va aggiunta anche l’espansione termica dei mari dovuta all’aumento delle temperature: l’acqua calda occupa infatti un volume maggiore. Ne consegue che in Italia ad essere colpita sarà un’area costiera di 390 chilometri per un’estensione di 5.686 chilometri quadrati. Secondo gli studi dell’Enea è ormai assodato che la costa italiana che entro il 2100 subirà le peggiori conseguenze sarà quella dell’alto Adriatico fra Rimini e Trieste.
Le proiezioni danno un aumento del livello del mare fra i 16 e i 19 centimetri fra il 2036 e il 2065 e, nello scenario peggiore, fra i 94 e i 145 centimetri entro il 2100. Uno scenario quest’ultimo che, aggravato dagli eventi estremi come venti e mareggiate, porterà l’arretramento della linea di costa di decine di chilometri verso l’interno, coinvolgendo città come Ravenna, Ferrara, Rovigo e ovviamente ‘sommergendo’ le città costiere. In sostanza nella nostra città la linea di costa verrebbe ancora più ad arretrare rispetto ai tempi della Ravenna romana.
Nel 2023 è stato approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici che ha fornito un quadro di indirizzo per dar modo alle Regioni di mettere in atto interventi, coordinati, che possano contrastare il drammatico scenario attraverso l’adozione non di sistemi rigidi come le dighe, ma sistemi flessibili come il ripristino di dune, di zone umide, di paludi salmastre e tanto altro così da fungere da cuscinetti naturali contro le inondazioni. E ovviamente fra le misure più drastiche, ma necessarie, è la previsione di zone di arretramento negli abitati dove la nuova urbanizzazione è vietata o limitata.
D’altronde proprio a un tale scenario allarmante ha fatto riferimento, alcuni giorni fa, il sindaco Alessandro Barattoni all’assemblea di Lido di Dante sottolineando come tutto questo debba indurre necessariamente ad affrontare i problemi della subsidenza (il riferimento era alla concausalità dell’estrazione del gas nel particolare abbassamento del suolo nella località) mediante paradigmi diversi da quelli utilizzati finora. E d’altra parte questo scenario è ben presente nella cittadinanza tanto da lanciare l’allarme per la nuova lottizzazione e i possibili rischi di futuro allagamento. Per ridurre tale rischio, il livello del terreno su cui sorgerà il nuovo quartiere è stato alzato di trenta centimetri: ma è ben poca cosa a fronte delle proiezioni relative alla situazione al 2100.
L’innalzamento del livello del mare e le sue conseguenze peraltro sono stati nei mesi scorsi al centro di una riunione del Comitato operativo per la viabilità delle prefetture di Ferrara e Ravenna (cui hanno partecipato rappresentanti di Ispra, dei Comuni di Ravenna e Comacchio, della Protezione civile regionale, dell’Autorità di Bacino e dei vertici delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco) per valutare il drammatico avanzamento della linea di costa fra la foce del Reno e lido di Spina: dagli anni 80 ad oggi sono andati perduti 300 ettari di territorio e con la linea di costa arretrata in 70 anni, in alcuni punti, di ben 700 metri. Il ritmo di erosione attualmente stimato è di 10 / 12 metri annui, cui va aggiunto l’innalzamento del livello del mare (per cui ogni anno l’abbassamento relativo è di circa 6/7 millimetri), mette infatti a rischio gli abitati di Casal Borsetti, Mandriole e Sant’Alberto e la statale Romea. Cui va aggiunta l’intrusione del cuneo salino che sta sterilizzando 130 ettari di terreni agricoli e minacciando le pinete.
Proprio per tutto questo già è stato disposto un progetto per mettere in sicurezza il poligono di tiro di foce Reno per una spesa di 17 milioni. La riunione si è conclusa con la concorde necessità che la situazione venga affrontata con una strategia di sistema che veda la piena collaborazione fra Stato, Regione, Comuni e autorità scientifiche.
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