
di Rosario TORNESELLO
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domenica 23 agosto 2026, 16:38 - Ultimo aggiornamento: 20:34
“Non sembra neanche di essere al Sud”. Lo dice un professionista attento dopo la lunga notte di Taranto, dopo la cerimonia inaugurale dei Giochi del Mediterraneo, dopo l’incantesimo di uno spettacolo scintillante e suggestivo. E il bello è proprio questo: siamo al Sud. E tutto quel che è stato ammirato finora non è un “miracolo” del Sud, è solo – semplicemente – una delle sue “opere”. La differenza non è marginale: il miracolo, inatteso, rimanda a un intervento inspiegabile, sovrannaturale; l’opera – al contrario – richiama l’ingegno, la fatica e la dedizione umana, molto umana, tanto umana, incredibilmente umana. Il Sud, certamente. Questo Sud.
Cosa significa? Una cosa semplice: quello che a molti sembra un angolo di Nord trapiantato nel Meridione, ciò che a qualcuno appare un prodigio – intero, per tre quarti o a metà – è solo il frutto di un’equazione di primo grado: risorse adeguate, persone capaci, idee chiare, voglia di fare e percorsi lineari. Il risultato? Quello che tutti hanno visto l’altra sera in diretta tv o potranno vedere in questi giorni di gare e competizioni, fino alla cerimonia finale dei Giochi, il 3 settembre, sempre allo Stadio Iacovone. Impianti sportivi costruiti da zero, alcuni riedificati dalle fondamenta, altri ancora recuperati e ammodernati, non solo a Taranto ma anche in altri centri della Puglia, a partire da Lecce e Brindisi (due città con amministrazioni rimaste sostanzialmente disinteressate, nonostante gli investimenti, soprattutto per il Via del Mare).
E tutto questo senza sforare rispetto al budget e, nonostante la partenza in ritardo, nei tempi prescritti. D’accordo: dopo si aprirà la delicata e complicata fase di gestione di questo straordinario patrimonio di infrastrutture sportive, mai avuto a disposizione, non così, non tutto assieme, non a questo livello. Mai. Vedremo, a proposito, quale Sud.
Però fermiamoci un attimo. Non si tratta di tracciare l’agiografia di Massimo Ferrarese, il commissario straordinario voluto dal governo per portare a compimento – insieme col suo staff, certo non da solo – un’operazione che due anni fa sembrava impossibile. Ha messo a frutto la propria composita esperienza di imprenditore edile (la Prefabbricati è l’azienda di famiglia), di politico navigato (è stato presidente della Provincia di Brindisi) e di condottiero sportivo (in passato alla guida della squadra brindisina di basket nel ritorno in serie A). Combinazione rara. Per ogni inquadratura tv, l’altra sera, per ogni citazione, il pubblico dello Iacovone gli ha tributato applausi e cori da stadio, appunto. Una star, da queste parti. Di sicuro, una risorsa preziosa per le istituzioni. Anche per il modo in cui ha rintuzzato attacchi e critiche del cosiddetto giornalismo d’inchiesta.
Nessuna agiografia. Chiaro. Si tratta, piuttosto, di evidenziare un processo con gli elementi essenziali che rendono possibili le imprese difficili e talvolta, come in questo caso, anche quelle decisamente disperate. In ogni singolo aspetto, per ciascuno degli snodi nevralgici. A partire dalle risorse necessarie, giusto per evitare perniciosi squilibri territoriali (dice niente, tutto questo, agli ideologi delle magnifiche sorti del regionalismo differenziato?), fino ad arrivare all’individuazione delle persone giuste al posto giusto, attraverso percorsi lineari che eliminano gangli e intoppi di varia natura, gli stessi in cui si annidano i più insidiosi pericoli di opacità quando non di vera e propria illegalità.
Ecco: questo è il Sud che fa e opera, ottenendo risultati straordinari. Il Sud che piace. E che c’è, non solo nelle preghiere della sera. Perché Taranto, per restare in Puglia, segue in scia quanto accaduto due anni fa con il G7 dei grandi della Terra tra Brindisi e Borgo Egnazia, implementando un palmarès di successi che, fermandoci agli aspetti più legati allo sport e allo spettacolo, contempla altri traguardi notevoli, per importanza e capacità organizzativa nella convergenza di sforzi tra enti e istituzioni. Ad esempio, il Giro d’Italia a Lecce dello scorso anno. E poi, ancora, il rinnovarsi del rito magico e ancestrale della Notte della Taranta, fascino antico e irresistibile per migliaia di persone nelle singole tappe del festival itinerante fino all’apoteosi finale del Concertone della scorsa notte a Melpignano, evento unico nel suo genere in Italia e tra i più grandi per l’intero bacino del Mediterraneo.
Questo è (anche) il Sud. Questa è (anche) la Puglia, al netto degli exploit e dei successi imprenditoriali a vari livelli che, da Bari in su e in giù, assegnano alla regione un primato in settori strategici e centrali per l’economia del territorio, dalle produzioni ad alto contenuto tecnologico fino all’artigianato di lusso, includendo tra le performance la leadership nell’e-commerce. E tutto questo oltre la crescita di un turismo divenuto asset consolidato, sempre in cerca di nuovi strumenti operativi e ambiti di sviluppo.
Poi, per carità, c’è tutto il resto (ma non solo al Sud). Ce ne occupiamo ogni giorno. Inutile fare l’elenco di inefficienze, sprechi, ruberie e accidenti vari. A partire dal destino dell’ex Ilva, emblema di tutto quello che non doveva essere e che invece, purtroppo, è stato. Proprio qui, a Taranto, città ora a un bivio: da una parte il disastro ambientale e industriale, dall’altra il ritorno al futuro con i fasti del passato. Le persone, anche le stesse – davvero tante – che l’altra sera hanno distribuito ovazioni (a Mattarella), acclamazioni (a Ferrarese), fischi (a Meloni) e applausi (al governo centrale), hanno il dovere, non solo il diritto, di essere protagoniste dei processi storici, possibilmente con partecipazione consapevole. Ne va dell’avvenire.
Ma per un giorno, all’incrocio di eventi così importanti e significativi, vale la pena fermarsi per celebrare la bellezza. Delle scelte e dei risultati. La grande bellezza. Qui. Non altrove.
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