VENEZIA - La Trattoria alla Madonna non è stata venduta, né è in vendita. Per lo storico locale di Rialto non c’è alcuna nuova gestione albanese in arrivo. Eppure questa voce continua a circolare in una città chiacchierona come Venezia. Un passaparola impazzito, tanto da aver convinto Lucio Rado, il titolare che porta avanti l’attività fondata, nel 1954, dal padre Fulvio, a smentire pubblicamente la bufala, per mettere fine alle chiacchiere infinite. «É da mesi che in città se ne parla. All’inizio è stato anche divertente. Ma la cosa continua. Ho clienti che mi vengono a dire che gli distruggo la vita. Esagerati! - sorride - Io li rassicuro, ma non basta. L’altro giorno mi hanno chiamato, allarmati, anche da Padova».
Come mai si è creata questa falsa notizia?
«Non lo so. Penso sia legata al fatto che abbiamo dato in affitto d’azienda l’hotel Savoia e Jolanda. Il passaparola veneziano deve aver travisato la cosa. La città, in questo, è un paesino. Così dalla cessione della gestione dell’albergo si sono inventati la vendita della Madonna. Il Savoia e Jolanda era stato acquistato dalla nostra famiglia nel 1988, insieme ad altri sei, sette soci, per lo più albergatori. Nel corso degli anni tutti gli altri se ne sono andati, le ultime quote le acquistai io da Giorgio Fantin, il fiorista che era molto amico di mio padre. Ora l’albergo aveva bisogno di un’importante di ristrutturazione. I lavori sono in corso già da un anno. Poi sarà gestito da questa catena milanese, apriranno ad ottobre».
Perché avete deciso di cedere la gestione?
«È stata una scelta di tranquillità. Dopo il Covid mio nipote, che lo gestiva, è passato ad un altro gruppo. Io ho 68 anni, è da tanto che sono nel mercato, tra banche e preoccupazioni. In questo momento mi basta il ristorante».
Insomma non lo vende agli albanesi. E poi perché proprio agli albanesi?
«La gente si inventa le cose e poi girano. Quanto agli albanesi, in effetti, stanno facendo man bassa a Venezia. Qui a Rialto si sono comprati tutti i ristoranti in Riva del Vin. Tra cinesi e albanesi si stanno acquistando tutte le attività a Venezia. È anche vero che veneziani con tanta voglia di lavorare non ce ne sono. Poi questo è un settore un po’ in crisi, soprattutto i ristoranti tradizionali come il nostro, che hanno tante spese di personale. É avvantaggiato chi lavora male, apre la scatoletta, non bada alla qualità».
In che senso? Ci spieghi meglio?
«Un ristorante come il mio trasforma i prodotti. Io vado al mercato, poi ci sono il cuoco, la cucina, i camerieri che preparano i piatti. Serve tanto personale e una continuità di lavoro per sostenere i costi che a Venezia non c’è. Lo abbiamo visto in questi due mesi di caldo, con la gente che mangia meno. A maggio, con l’inaugurazione della Biennale, avevamo fatto il mese record di incassi di tutti i tempi. Un certo tipo di persone continuano a scegliere la Madonna e questo fa piacere. Ma con i costi che ho io, con 35 dipendenti, non basta».
Eppure il turismo non manca...
«In questi giorni io guardo i turisti che passano per strada. Non vedo persone che potrebbero venire alla Madonna. E non siamo un ristorante di lusso. Noi resistiamo comunque».
Al di là della bufala della vendita, avrete il problema del passaggio generazionale?
«I miei figli, è vero, hanno scelto altre strade. Sarà una tema che affronterò nei prossimi anni, non nell’immediato. Per me la Madonna è un pezzo di cuore, 70 anni di fatiche di mio padre e mie. C’è un livello di identificazione che non puoi prendere alla leggera. Io sono stato contento di fare questo lavoro. Ma per come sono messe le cose adesso, non vedo un grande futuro per la ristorazione di qualità. Non è un caso che stiano vendendo tanti ristoranti buoni di veneziani: da Montin a Mario alla Fava, solo per citarne un paio. Non vendono i nuovi arrivati stranieri».
Perché?
«Non voglio entrare in questo tema. Dico solo che mi piacerebbe che le nostre istituzioni cittadine avessero un occhio di riguardo verso i locali tradizionali, rispetto a tanti cinesi o albanesi che hanno certi addentellati. Sarebbe giusto giocare tutti con le stesse carte».