Scherzetto segna il ritorno di Mario Martone a Venezia, cinque anni dopo quel Qui Rido Io che meritava molta più considerazione dalla giuria. Il cineasta partenopeo ha sempre indagato e scandagliato la sua città, Napoli, così bella, ma così poco apprezzata a livello cinematografico oggi. Le si preferisce (almeno Oltreoceano), Roma, Venezia, più turistiche forse, più facili da mostrare. Un vero peccato. Era poi venuto Nostalgia, presentato a Cannes l’anno dopo, era stato un altro affresco dolente, disperato, di una città enigmatica, che Mario Martone ha sempre illuminato di una luce molto più articolata, profonda e imprevedibile rispetto alla media della settima arte italiana. L’anno scorso alla Croisette ecco un’eccezione, ecco Fuori, con Valeria Golino e Matilda De Angelis, digressione romana per parlarci di rinascita (altro tema a lui carissimo), in una Roma degli anni ’80 dipinta al femminile, sulle spalle di Goliarda Sapienza. Ora, al Lido, arriva il suo Scherzetto, tratto da un romanzo di Domenico Starnone, rimaneggiato assieme a Ippolita Di Majo, ed è il ritorno alla sua Napoli vera, autentica, ad una storia fatta di fantasmi, memoria e famiglia. Lo fa richiamando al suo fianco lui, Toni Servillo, il suo attore feticcio se così si può dire, di cui Scherzetto rappresenta il settimo progetto, iniziato con Morte di un diplomatico napoletano nel 1992, sua opera prima tra l’altro. Un film sicuramente distante dal classico mainstream tricolore, questo è certo.
Scherzetto ci porta dentro una Napoli piovosa, uggiosa, quella vicino alla Stazione Centrale e Piazza Garibaldi per intenderci. Lì arriva Daniele Mallarico (Toni Servillo), un grande pittore, un grande artista, uno che nonostante l’età, continua ad avere una marea di richieste. Eppure, in lui, emerge una certa insoddisfazione, dovuta ad una sensazione di isolamento, di fallimento quasi. Ad ogni modo, torna nella casa in cui era nato e cresciuto, diventata quella ora della figlia Betta (Serena Rossi), che ci vive assieme al marito (Leonardo Lidi) e al figlio, Mario (Lorenzo Perrotta). Anche Betta e il marito hanno fatto carriera, ed è per questo che Daniele è tornato a Napoli, per badare a Mario per un paio di giorni, mentre i genitori sono ad un importante convegno fuori città. In men che non si dica, Daniele si rende conto che quel bambino è davvero unico, è vivace, furbo, pieno di spirito d’avventura, ma anche contraddistinto da un isolamento, da una solitudine, che gli suonano familiari. Domenico non deve solo badare a Mario, ha anche un importante lavoro da completare, per un romanzo in uscita. Sarà l’inizio di una convivenza difficile, sbilanciata, ma anche molto umana, che costringerà quel vecchio brontolone a uscire dalla sua comfort zone. Ma intanto, ecco che qualcosa di sinistro, di oscuro, riemerge da quelle pareti, connesso al suo passato, da cui scappa da sempre, e quella casa, per Daniele diventeranno una prigione come non pensava fosse più possibile.
Scherzetto fin dall'inizio ci sbatte addosso un personaggio che Toni Servillo tratteggia in modo intrigante, soprattutto perché imperfetto. Daniele è un vecchio narcisista, è un uomo preso da sé stesso, dal suo lavoro di illustratore e pittore, un orso che si trova disarmato di fronte ad una presenza, quella del piccolo Mario, disarmante. Mario Martone dirige entrambi in modo perfetto, il piccolo Perrotta è un fenomeno che riporta in mente il Giorgio Cantarini che fu, la chimica tra i due magnifica perché distante dall'agiografico o dal televisivo. Mario Martone usa, come di consueto, il concetto di dramma familiare per allargarlo verso temi universali, per parlarci della memoria, del passato che non importa quanto sia distante, è ancora una catena terribile. Spesso Scherzetto accarezza le corde del thriller soprannaturale, lo fa con suggestione, altre volte invece è semplicemente il dramma di un uomo in crisi personale e professionale, in cui l'arte diventa mezzo attraverso il quale Martone ci parla del legame tra arte e vita. Film in cui si intravede molto una traccia personale (come spesso con il cinema di Martone), Scherzetto coniuga quindi comicità e realtà, drammaticità e leggerezza, lo fa con un finale liberatorio e catartico, ma non rinuncia a parlarci della città, della sua complessa socialità che è specchio di quest'Italia classista, fatta di incomunicabilità generazionale. Un film solo apparentemente semplice, e che formalmente ha più di un asso nella manica. Non tutto forse è riuscito, l'autoreferenzialità a volte deborda, ma non è un film banale.
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Sono nato a Padova nel 1985, da sempre grande appassionato di sport, cinema e arte, dopo dodici anni come allenatore e scoutman professionista nel mondo della pallavolo, ho deciso di intraprendere la carriera di giornalista.
Dal 2016 ho cominciato a collaborare con diverse riviste cartacee e on-line, in qualità di critico ed inviato presso Festival come quello di Venezia, di Roma e quello di Fantascienza di Trieste.
Ho pubblicato con Viola Editrice "Il cinema al tempo del terrore", analisi sul cinema post-11 settembre. Per Esquire mi occupo di cinema, televisione e di sport, sono in particolare grande appassionato di calcio, boxe, pallavolo e tennis.
In virtù di tale passione curo anche su Facebook una pagina di approfondimento personale, intitolata L'Attimo Vincente.
Credo nel peso delle parole, nell'ironia, nell'essere sempre fedeli alla propria opinione quando si scrive e nel non pensare mai di essere infallibili.