È un momento speciale per Trieste, la “capitale” della Venezia Giulia (e non del Friuli, attenzione) che sta trascinando la regione a essere quella che cresce turisticamente di più nel 2026, insieme alla Calabria. Trieste è, appunto, la gemma, città di frontiera per sua natura e sempre più internazionale per le presenze che arrivano da altri Paesi. L'importante, ci permettiamo di dirlo, è non farla entrare nella spirale dell'overtourism, tanto più che ora attraccano le grandi navi da crociera proprio in piazza Unità d'Italia. Il concetto di frontiera vale anche per la proposta culinaria che nasce da un mix ai fornelli tra i più rari in Italia, frutto di quel melting pot che è l'essenza stessa del luogo. C’è la grande cucina del mare, naturalmente, perché il golfo ha una bimillenaria storia di pesca e pescatori. Ma c’è un’altrettanto grande cucina di terra: della tradizione mitteleuropea che gli Asburgo portarono sull’Adriatico nei due secoli in cui Trieste fu il porto dell’impero, del Carso che si allunga sul confine con la Slovenia, delle campagne croate che mandavano i loro prodotti in città.
Terra e mare quindi consentono ai gourmet di togliersi belle soddisfazioni, passando dai piatti di maiale spesso di ispirazione slava e germanica, ai sardoni triestini; dall'agnello servito con l'immancabile cren al brodeto, ossia la tipica zuppa di pesce misto dell'Adriatico, dalla busara (gli scampi all'istriana, da abbinare volendo agli spaghetti) al goloso presnitz , il dolce a forma di spirale fatto con pasta sfoglia e un ricco ripieno di frutta secca, canditi, cioccolato e rum. Per i neofiti, la sosta golosa va fatta in uno dei buffet: niente a che vedere con quelli aziendali. I triestini li chiamano spacetti. Nati per lo spuntino dei portuali, consentono in qualsiasi ora della giornata di mangiare qualcosa di buono: bolliti, prosciutti cotti, crauti, salsicce con cren e senape, l'immancabile jota (zuppa con verdure e parti del maiale), il gulash e la porzina (carne di maiale tra due fette di pane), dolci tipici.
Qualche insegna: L'Approdo (che è persino Chiocciola di Slow Food), Da Pepi, Siora Rosa, Buffet Clay, Da Roby, Al Rebechin, Buffet da Roby. Se abbiamo voglia prenderci una breve pausa, ecco il piacere dei caffé storici – Trieste è fortemente legata alla bevanda – a partire da quello più famoso, il Caffè degli Specchi nella meravigliosa piazza Unità d'Italia. Ma sono meritevoli di una tappa anche l'Antico Caffé San Marco, la Pasticceria Caffé Pirona, l'Antico Ristorante Tommaseo, il Caffé Urbanis, la Pasticceria La Bomboniera e l'Antico Caffé Torinese. Se invece, vogliamo sederci in un locale, non mancano le occasioni. Che siano locali da Guida Michelin o storiche trattorie. Con il piacere di abbinare i piatti a un grande vino del vicino Collio che regala ben 13 Doc bianche e 6 rosse.

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Un piccolo ristorante di fronte alla fontana di Barcola. La conduzione familiare si rispecchia nella cucina senza forzature, a base soprattutto di pesce. Quindi via libera all'antipasto misto di pesce azzurro, alla calamarata con orata e agli gnocchi con scampi, all'orata in crosta di patate, agli scampi impanati, allo strudel con ricotta.

Osteria caratteristica, in una defilata via del centro, che mantiene salda la barra sul pescato del giorno e di qualità. Tra gli antipasti spiccano le marinature di alici o di gamberetti, poi tagliolini agli scampi e spaghetti allo scoglio. Secondi suggeriti a voce, con una netta predilezione per la cottura al forno. Dolci buoni, della casa.

HM
Grazie alle ricette originali custodite dalla famiglia Benussi, dal 1903 qui si gusta la cucina del pesce tradizionale triestina e istriana. Famoso sia per il fastoso plateau dei crudi, sia per la granceola servita nel suo carapace con le interiora a parte, il ristorante non teme rivali neanche per il risotto alla marinara. Vini di livello.

Gli ultimi 150 anni del capoluogo giuliano sono passati in queste sale e, soprattutto, sotto lo splendido pergolato. Suban e consigliabile per chi vuole scoprire la tipica cucina di terra e di confine: la jota (densa minestra di fagioli, crauti e patate), la zuppa di cren, il prosciutto cotto in crosta e tagliato caldo al coltello, il gulasch, la palacinka dolce.

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Per le guide, la trattoria numero uno in città, emblema della tradizione gastronomica triestina e istroveneta, servita con professionalità e cordialità. Si gode in particolare del grande pescato in piatti come la ricca insalata tiepida di pesce al vapore, il tonnetto rosso siciliano condito “alla triestina”, la frittura di paranza con polenta e verdure, e chi non gradisce il pesce può scegliere il radicchio di Treviso brasato con polenta fritta e fonduta di Jamar. Ai dolci è difficile resistere come a un vino della grande cantina.

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Uno degli ultimi capisaldi di ristorazione popolare e rionale, con un dehors nel cuore di Servola. Cucina istriana di pesce, senza fronzoli, ma di alta qualità. Da assaggiare la “granzievola” (anche con le tagliatelle), i sardoni in savor o impanati, il baccalà mantecato, l'insalata di polpo. Ci si può anche fermare solo per un calice.

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In una via del centro vige un'atmosfera da buffet con gli sfiziosi antipasti di terra e di mare che si scelgono direttamente al banco, ma anche da osteria con una vera e propria carta. E le suggestioni non mancano: sardoni impanati, gnocchi con le cozze, tagliatelle alla busara, un’originale parmigiana di mare, frittura mista.

Sito Petes
Un team giovane con tante idee e cura nei piatti; vedi il midollo di bue servito nell’osso con tartare di branzino, erba cipollina e yogurt o il più classico piccione con lattuga alla brace. Invitante “lo spaghetto” con crema di vongola, vongole, bottarga, pesto di prezzemolo. Varia la scelta dei dolci, in prima fila la cheesecake Piña colada.

Sito CdB
Un bel posto, guidato dal vulcanico Luca Morgan, con il pesce in pole position. Il ricco Mosaico di crudi di mare precede i tortelli fatti in casa con ripieno di baccalà mantecato alla triestina e “raguttino” di porcini mentre la zuppa di pesce “come si faceva una volta” racconta la tipicità della cucina dalmata. Non manca comunque un menù di carne.

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Qui la formula collaudata è quella dell’aperitivo che può diventare l’antipasto del pranzo o della cena. Si va dalle ostriche pregiate fino alla frittura di alici con peperoncino dolce e maionese da katsuo. Tanto spazio al pesce (linguine con ricci di mare, limone e salicornia come il polpo ai ferri). ma anche i vegetariani si troveranno bene.

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Indirizzo al passo con i tempi, versatile e dal design curato nei minimi dettagli, ospita la clientela in qualsiasi momento della giornata o per qualunque occasione. Da un aperitivo, con cocktail e calici alla mescita, alla cena alternativa e informale al social table. La cucina è del territorio, a parte la carne da tutto il mondo.

Fabrice Gallina 2025
Il solo (bi)stellato Michelin della città è ospitato da Palazzo Dreher: raffinato design contemporaneo armoniosamente fuso con i richiami manieristi e barocchi degli anni Venti. La cucina è completamente a vista, il bancone è per sei persone mentre sono sei i tavoli “tradizionali” (con divani e sedie in colore intensi, bellissimi secondo noi) di cui due in un privé, per un totale di circa 26 coperti. Legno, ottone e marmi creano un ambiente elegante e molto lineare. In cucina ci sono ancora Matteo Metullio e Davide De Pra, che incarnano una rara diarchia di successo, fatta di personalità complementari e ben diverse. Quattro i degustazione: L’Incontro (l’armonia tra terra e mare); Non Solo Mare, che è impostato sul pescato, ma non solo di acqua salata, km vero (il più completo e il più creativo); e I Classici, con richiami clamorosi come l’Harrysotto 2018. Si mangia benissimo, ovviamente.