Premessa essenziale, solo apparentemente banale: l'Italia non è l'Ucraina, le Forze armate italiane hanno una storia, una preparazione e un livello tecnologico diversi rispetto all'esercito di Kiev alla vigilia dell'invasione russa. E le differenze restano evidenti anche oggi, nonostante la rivoluzione che la guerra ha imposto alle truppe di Zelensky. Ma Mykhailo Fedorov, l'ex ministro della Difesa che il presidente ucraino ha licenziato, arriva in Italia con una domanda che sembra semplice: come si prepara un esercito a una guerra che cambia ogni settimana? È una questione che l'ex ministro, scelto ora da Crosetto come consulente per l'innovazione, ha dovuto affrontare mentre la battaglia era già in corso. E la risposta non è stata soltanto quella di comprare più armi. Il percorso è stato più articolato: cambiare il modo di addestrare i soldati, scegliere le tecnologie, raccogliere le informazioni e soprattutto imparare dagli errori. Una parte di questa rivoluzione comincia perfino davanti a uno schermo, dentro un simulatore che assomiglia a un videogame. Il soldato entra, affronta una missione, sbaglia, viene colpito, ricomincia. E può provare ancora. Perché un errore fatto al computer costa qualche minuto e sul campo una vita.
L'attività al poligono nessuno la rinnega e i generali italiani non sono disposti a cancellarla. Ma c'è da fare altro: più simulazione, più scenari, più possibilità di sbagliare e ricominciare. Un soldato può trovarsi dentro una missione nella quale il Gps viene disturbato, la radio salta e un drone nemico compare sullo schermo. Deve decidere cosa fare senza aspettare che qualcuno gli suggerisca la risposta. Poi può rifare la stessa missione cambiando una sola scelta. È un metodo che l'Esercito italiano ha già cominciato a prendere sul serio.
La seconda innovazione può essere quella del drone nello zaino. Come un'arma, in dotazione a tutti. Non più soltanto il super sistema affidato allo specialista, ma uno strumento del piccolo reparto. Un soldato arriva davanti a una collina. Non sa cosa ci sia dall'altra parte. Lancia un piccolo drone, guarda lo schermo e in pochi secondi vede quello che altrimenti dovrebbe scoprire avanzando. E non a caso il capo di Stato maggiore dell'Esercito, il generale Carmine Masiello, ha spinto proprio su questa direzione e ha già formato oltre mille operatori di droni mini e micro.
L'addestramento può, anzi deve, diventare una raccolta continua di dati. Oggi una squadra termina un'esercitazione e racconta cosa è andato bene e cosa no. Domani si potrà sapere molto di più. Quanto tempo ha impiegato per reagire a un drone? Quale squadra ha raggiunto l'obiettivo più rapidamente? A quel punto il comandante può confrontare i risultati. E se una squadra trova un modo migliore per affrontare una situazione, quella soluzione può diventare una lezione per tutti.
Non è corretto raccontarlo come se i militari ucraini giocassero alla guerra. È un sistema di addestramento che sfrutta le prestazioni del videogame, con le unità in campo che ottengono punti sulla base della missione. E i punti consentono ai battaglioni di ottenere più equipaggiamento. La logica potrebbe essere applicata anche all'addestramento: una squadra viene misurata per rapidità, precisione, perdite simulate, uso dei droni, capacità di comunicare. Non per premiare il soldato più spettacolare, ma per capire chi ha trovato il modo più efficace di fare il proprio lavoro.
Per un paese iperburocraticizzato, questo può essere lo scoglio più difficile. Ma nella filosofia Fedorov è un passaggio importante: comprare quello che funziona davvero. A Kiev la Difesa ha costruito un sistema nel quale i dati raccolti al fronte contribuiscono a stabilire quali droni acquistare. Le unità li usano, i sistemi digitali raccolgono i risultati, i prodotti vengono classificati. Se un drone non vola o non raggiunge il bersaglio viene accantonato. E viceversa. Conta la prestazione reale in combattimento. Perché un apparato può essere perfetto sulla carta e fallire con la guerra elettronica.
La sesta innovazione che l'Italia può importare dal metodo Fedorov riguarda la filosofia degli acquisti. Non spendere tutti i fondi per quello che già si conosce, ma lasciare una parte delle risorse per provare quello che ancora non si sa se funzionerà. In Ucraina l'idea è stata tradotta in un rapporto 80-20: l'80 per cento dei fondi va ai sistemi già collaudati, il 20 alle tecnologie da sperimentare. È un modo per evitare che l'esercito rimanga prigioniero della tecnologia che funzionava ieri.
L'esercito di Kiev ha cercato di accorciare la distanza tra chi combatte e chi costruisce le armi. Se un reparto ha bisogno di un certo tipo di drone, non deve necessariamente aspettare mesi o anni per riceverlo. Attraverso piattaforme digitali come Brave1 Market può scegliere tra i sistemi disponibili e ordinare quello che gli serve. L'esperienza del reparto torna poi all'industria.
L'ottava innovazione è trasformare ogni missione in un dato. In Ucraina il drone non torna soltanto con le immagini di quello che ha visto. Il sistema registra dove è partito, quale rotta ha seguito, che cosa ha trovato e come si è conclusa la missione. È il principio di Mission Control, integrato in un super sistema ribattezzato "Delta". Il campo diventa una sequenza continua di dati, decisioni e correzioni. In una guerra tecnologica, il fronte ucraino ce l'ha insegnato, il vantaggio può durare poche settimane. E allora l'arma più importante potrebbe essere quella che non si vede: la capacità di imparare prima degli altri. Ma c'è un errore da non commettere, avvertono subito i generali: puntare tutto sulla tecnologia e trascurare l'artiglieria, addestrarsi per combattere con l'Ia e non essere pronti alla trincea.
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