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"Un peu avant minuit", le lunghe camminate di un uomo che riflette sugli errori della sua vita a un passo dall'apocalisse


Ci sono un mucchio di grandi camminate in “Un peu avant minuit”, film scritto e diretto dal regista francese Nicolas Pariser e presentato in concorso alla 83esima edizione della Mostra del cinema di Venezia. Grandi camminate parigine, camminate di giorno, di pomeriggio, di notte. Camminate in cui si parla molto e si riflette altrettanto.

Lunghe inquadrature in piano sequenza, senza stacchi, con al centro le domande che si fa Léo (Melvil Poupaud), giornalista quarantanovenne in procinto di separarsi dalla moglie che scopre della morte di un padre italiano che non vede da un sacco di tempo. Ci sono delle pratiche testamentarie da sbrigare, ma nel mezzo di questi due eventi cruciali naufraga per una settimana in una Parigi in cui cerca di fare il punto sulla propria vita.

Di cosa parla Un peu avant minuit

Incontra la figlia attivista (Clara Pacini) con la quale ha un rapporto così così, incontra vecchi amici e colleghi del passato (Anaïs Demoustier, Golshifteh Farahani, Micha Lescot), insegue un punto che forse non c’è per davvero. Un peu avant minuit sembra ‘quel’ tipo di cinema francese, di confronti e chiacchiere serrate, una forma utile per dissertare e tenere un simposio sul senso delle cose. Sul fallimento generazionale, sul fallimento del maschile, sul fallimento di una categoria intellettuale, sul fallimento della sinistra e di un’idea culturale.

C’è però un’intuizione interessante. È come se Pariser applicasse questo tipo di formula rassicurante nel primo piano di un quadro dove sullo sfondo si sta per consumare un’apocalisse (il titolo è esemplificativo e gioca col doppio significato di romanticismo e catastrofe: un minuto prima la mezzanotte). Léo passeggia, ma intanto Parigi è militarizzata, ci sono sommosse, ci sono le sirene della polizia che fischiano, ci sono agenti che sfilano dietro il protagonista, ci sono blindati ai lati delle strade, c’è uno stato d’allerta perenne.

Contraddizioni a metà

Segni di un collasso che si affastellano tutti attorno all’uomo, che dal canto suo mantiene (menefreghista?) una calma serafica, che fa spallucce ai drammi del presente arrovellandosi su quelli del suo passato – dimostrando, insomma, che di quei drammi del passato e dei loro echi non ha capito proprio nulla. Il regista mette sotto accusa l’ignavia di una generazione – i millennial – che ha sbagliato tutto, soprattutto nel rapporto con le donne, che ha finito di sfasciare ogni cosa e gettare le premesse delle macerie su cui inciampiamo oggi.

E non gli si può negare, a Un peu avant minuit, il ben fatto, non gli si può negare una certa gradevolezza. Eppure in questa oggettivamente interessante trovata concettuale, Pariser finisce per crogiolarsi un po’ troppo vago e forse un pelino troppo compiaciuto. Gira che ti rigira, al film manca una messa a fuoco più netta, una stoccata più decisa. Manca un dilemma con cui inchiodare spalle al muro quest’uomo, che se ne fugge pure in Italia a vedere che briciole s’è seminato dietro il padre, aristocratico decaduto che gli ha lasciato una sorellastra (Chiara Mastroianni) e poco altro. 

Perché non si può ignorare fino in fondo il reale, i cui movimenti non meglio identificati che si agitano sullo sfondo rischiano di scadere un po’ troppo nel funzionale della metafora con cui bacchettare Léo. Così come in questo periodo storico non si può interpellare l’origine ebraica del protagonista e la svolta religiosa di un altro personaggio a lui vicino senza commentarne, almeno in accenno, l’intrinseca contraddittorietà dell’essere ebrei oggi. È o no, questo, un film sulla contraddittorietà?

Voto: 5

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