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«Una tazza di tè e il Vangelo, così è nata la Chiesa cattolica in Turkmenistan»


Una Chiesa nata quasi dal nulla, senza grandi strutture, scuole o istituzioni, in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. In Turkmenistan il cattolicesimo ha ricominciato a mettere radici trent'anni fa attorno a una tazza di tè, attraverso incontri nelle case, conversazioni e letture del Vangelo. A raccontare questa esperienza, in una intervista a Vatican News, è padre Andrzej Madej, missionario degli Oblati di Maria Immacolata, che dopo quasi tre decenni ha concluso il suo ministero nel Paese dell'Asia centrale.

Quando arrivò in Turkmenistan, ha raccontto, non esisteva praticamente una comunità cattolica organizzata.

Non c'erano strutture sulle quali fare affidamento né numeri significativi di fedeli. C'era però la possibilità di incontrare facilmente le persone. Madej cominciò da lì: invitare qualcuno a prendere il tè, parlare, aprire insieme il Vangelo. Una forma di evangelizzazione elementare, quasi domestica, che lentamente permise la formazione di una piccola comunità. I primi battesimi arrivarono nella Pasqua del 2000. «La Chiesa è nata così davanti ai loro occhi» ha evidenziato il religioso.

La particolarità di quella esperienza è soprattutto il contesto islamico nel quale si è sviluppata. Madej ha trascorso gran parte della propria vita missionaria in mezzo ai musulmani senza trasformare la convivenza in una disputa teologica permanente. È stato invitato ai loro matrimoni e ai funerali, ha conosciuto le famiglie, condiviso momenti di festa e di dolore. La missione, nella sua esperienza, non coincide con la necessità di prevalere sull'altro, ma con una presenza riconoscibile che non nasconde la propria identità cristiana.

È probabilmente questo l'aspetto più interessante della testimonianza raccolta, che il dialogo interreligioso viene sottratto alle grandi dichiarazioni e riportato alla quotidianità più semplice ed essenziale. Un cristiano può vivere in mezzo ai musulmani senza rinunciare alla propria fede e, contemporaneamente, costruire rapporti fondati sul rispetto. Il Vangelo, nella lettura di Madej, diventa credibile non soltanto quando viene annunciato, ma nel modo in cui ci si comporta con chi crede diversamente. 

Un modello che assume un significato particolare in una fase internazionale nella quale il rapporto tra cristianesimo e Islam continua spesso a essere letto attraverso le categorie dello scontro, dell'identità e della contrapposizione. L'esperienza del Turkmenistan suggerisce invece una strada differente: identità e dialogo non sono necessariamente alternativi. Si può essere cristiani senza diluire la propria appartenenza religiosa e, nello stesso tempo, evitare di trasformarla in un confine contro l'altro.

Anche la pace, secondo il missionario, nasce da questa dimensione minima. Non comincia dalle grandi dichiarazioni diplomatiche, ma dalla possibilità che due persone si siedano una accanto all'altra, si ascoltino e condividano qualcosa della propria vita. La presenza di una piccolissima minoranza cristiana in una società musulmana può diventare così essa stessa un segno. «Laddove arriva Cristo, arriva l'amore», sintetizza Madej.  Dopo quasi trent'anni, il missionario lascia dunque una comunità che non esisteva quando era arrivato e che ha visto nascere attraverso quei primi incontri informali. Ma il suo lavoro sul dialogo tra cristiani e musulmani potrebbe continuare sotto un'altra forma.

Madej sta infatti pensando a un libro destinato a entrambe le comunità religiose. Il titolo lo ha già scelto: «L'Agnello». Un progetto nel quale vorrebbe condensare quanto imparato durante la lunga permanenza in Turkmenistan: la testimonianza cristiana non passa necessariamente dalla disputa religiosa e tanto meno dall'imposizione, ma dalla capacità di incontrare l'altro senza avere paura della sua diversità.

È forse questa l'eredità più significativa dei suoi trent'anni di missione: una Chiesa minuscola, cresciuta in terra islamica senza confondere evangelizzazione e conquista. Una presenza tuttavia che ha scelto di non nascondere Cristo, ma nemmeno di utilizzarlo per alzare muri. E che ha scoperto, nella quotidianità delle relazioni, che talvolta il dialogo tra le fedi può cominciare molto prima dei convegni e dei documenti ufficiali: anche semplicemente davanti a una tazza di tè.

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