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Università, saccheggio del Nord: lì vanno 9,4 miliardi di fondi. Accademici in rivolta


C’è un saccheggio in atto nel mondo dell’università italiana. Fa una certa impressione, bisogna ammetterlo, vedere che il “premio” di risultato legato ai 9,41 miliardi di dote 2026 del Fondo di finanziamento ordinario dell’università, il cosiddetto FFO, sia finito praticamente tutto (o quasi) al Nord.  
Quanto basta per certificare il saccheggio, lo scandalo dell’università italiana che consegna al Nord il primato assoluto sulla base di una fotografia senza senso per il mondo accademico. «Non fotografa l’Italia vera delle università italiane», è il commento perentorio di chi chiede un cambio di rotta. Subito.

Su 31 atenei statali che hanno guadagnato più risorse, stando al decreto appena pubblicato dal ministero di Anna Maria Bernini, la gran parte sono nel settentrione. Mentre è ancora più assurdo che tra quelli che hanno ricevuto zero aumenti a livello nazionale ci sia l’Università fondata nel 1303 da papa Bonifacio VIII, anche la più grande d’Europa, oltre che quella che ha appena guadagnato il primo posto come università generalista in Italia nell’edizione 2027 (al 111° posto nel mondo) della prestigiosa classifica QS World University Rankings, con un salto di 17 posizioni rispetto al ranking precedente. Senza contare che La Sapienza di Roma, va ricordato, ha espresso un premio Nobel per la Fisica nel 2021 come Giorgio Parisi. Non è accettabile. La prima università in Europa con 112 mila studenti, stando agli ultimi numeri disponibili relativi all’anno 2024-2025, bocciata senza motivi concreti, o comunque sulla base di criteri quantomeno opinabili. Dei criteri ci sono: sono numerosi e sono tutti snocciolati nello stesso decreto pubblicato dal Ministero. Lì dove quasi per la metà conta il costo standard (il 38%), quindi l’efficienza, ma un altro peso importante deriva dal giudizio sulla qualità della ricerca. Proprio così, La Sapienza di Roma è stata bocciata dai criteri fissati per destinare i fondi in questione e non ha meritato aumenti. Questione di efficienza, e quindi costi standard, è una delle spiegazioni.  Ma un’università così attrattiva, tanto da avere più studenti di tutti, non dovrebbe essere forse premiata in assoluto, accompagnata ad affrontare la complessità inevitabile di una popolazione così generosa di studenti? Questo vale per La Sapienza come per le altre grandi università. Quanto alla pagella sulla qualità della ricerca, qui si apre un mondo, tutto in evoluzione. 

I CRITERI DISTORSIVI

L’ultima sentenza sull’argomento arriva dalla cosiddetta Vqr 2020-24 (Valutazione della Qualità della Ricerca) prodotta dall’Anvur. Si tratta del quarto esercizio nazionale, sfornato a fine maggio, che fotografa, recita il sito dell’Anvur, «i risultati della produzione scientifica, delle attività di valorizzazione delle conoscenze, della capacità di attrarre progetti competitivi internazionali». Ma c’è una novità non di poco conto in questa discutibile, e più volte negli anni contestato dall’ambiente universitario, pagella, spiegata dalla stessa Agenzia. «Per la prima volta in via sperimentale e limitatamente agli enti di ricerca e alle istituzioni volontarie», la valutazione è anche sulle «infrastrutture di ricerca». Con una puntualizzazione: «Il Rapporto restituisce una lettura di sistema e non una logica di classifica, offrendo una base conoscitiva ampia e strutturata sulle diverse dimensioni dell’attività di ricerca» aggiunge il sito, quasi a voler mettere le mani avanti su eventuali distorsioni.

Il punto è che da questa valutazione, per esempio, sono risultati in calo quasi una trentina di atenei per la qualità media dei prodotti di ricerca (il risultato è stato inferiore rispetto al 2015-2019). E tra questi c’è appunto anche La Sapienza. Se si trattasse soltanto di una classifica, però, la questione non sarebbe così rilevante. Il punto è che da questa valutazione è scattata (insieme ad altri numerosi parametri) la mannaia sui fondi. L’ateneo romano si conferma sì il primo per fondi raccolti, poco più di 555 milioni di euro, ma non ha ottenuto nemmeno un euro in più, come del resto la Federico II di Napoli, solo per fare un altro esempio, insieme ad altre 28 università. Anzi, a sentire il Ministero, stando all’applicazione rigorosa dei criteri, si rischiava di sottrarre fondi agli atenei. Un paradosso che si è evitato con la doppia scelta opportuna di Bernini e avallata dalla Conferenza dei rettori (Crui), da un lato, di tenere a zero il “pavimento” dell’assegno 2026 rispetto al 2025 e a +5% invece il “soffitto” (cioè l’incremento massimo) e, dall’altro, di stanziare nel decreto Pa altri 60 milioni che permettessero in modo “solidale” almeno di azzerare questo meccanismo definito perverso dal mondo universitario.

LE CRITICITÀ DA SANARE

Se prendiamo gli 8,32 miliardi - distribuiti come somma di quota base, più quota premiale, più intervento perequativo dei 9,4 complessivi - scopriamo che nessuna istituzione statale perde risorse. Ma mentre Politecnico di Bari, Catanzaro, Politecnica delle Marche, Napoli Parthenope e Siena Stranieri arrivano alla soglia massima del +5%, a seguire ci sono tutti atenei del Nord, a partire dai due politecnici di Torino (+4,4%) e Milano (+3,77%), le università di Bergamo (+3,52%), Venezia Ca’ Foscari (+3,51%) e Padova (+ 2,99%).

Se ci spostiamo ai contributi in valore assoluto, è scontato che sia La Sapienza a primeggiare, ma analizzando a seguire la classifica da Bologna (464,1 milioni), Napoli Federico II (408,2), Padova (395,9) e Torino (347,3) in giù, un’altra anomalia appare evidente. Possibile che il maxi ateneo della Capitale conti meno di 5mila euro (precisamente 4.955 euro) destinati per studente (stando ai numeri del 2024 che saranno aggiornati a giorni) mentre il Politecnico di Milano arrivi a sfiorare quota 6mila euro con i suoi oltre 35mila iscritti? Senza contare che, se si considerano i dati non ancora ufficiali che parlano di una popolazione della Sapienza a quota 127mila studenti, il rapporto scende ancora più giù sotto i 4.400 euro. Nessuno si trova così in basso. Venezia, Padova, Bologna e Milano sono più in alto. Certo, misurare la destinazione pro-capite può non essere il modo migliore per fare confronti, ma dà bene l’idea del paradosso. Di qui la rotta obbligata. Il nuovo assetto dell’Anvur, sta già pensando a come rivedere il sistema. E del resto anche il Ministero sembra orientato a suggerire quantomeno una valutazione che stringa il periodo di osservazione. Giudicare un’università su cinque anni di ricerca, è l’ennesima anomalia.

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