Dopo oltre quattro decenni trascorsi nel braccio della morte per un omicidio che ha sempre dichiarato di non aver commesso, Douglas Stewart Carter, oggi 71enne, è tornato in libertà su cauzione. A riaprire il caso nello Utah (Stati Uniti) sono stati i risultati di nuove analisi del Dna, che hanno escluso una corrispondenza tra il suo profilo genetico e le tracce biologiche repertate sulla scena del delitto.
Nel 1985 l'uomo - diventato uno dei detenuti più longevi d'America in attesa dell'esecuzione - era stato condannato alla pena capitale sulla base di una confessione che, secondo i suoi legali, gli sarebbe stata estorta. Ora, dopo una lunghissima battaglia giudiziaria, la scarcerazione, mentre la Procura valuta se ritirare le accuse o procedere con un nuovo processo.
L'omicidio contestato all'uomo risale al 27 febbraio 1985. Eva Olesen, zia dell'allora capo della polizia di Provo, nello Utah, fu trovata senza vita nella sua abitazione: era stata accoltellata e poi colpita con un'arma da fuoco alla testa.
Carter, originario di Chicago, finì sotto indagine e venne arrestato nel giugno dello stesso anno a Nashville, nel Tennessee. Durante l'interrogatorio firmò una confessione che, in seguito, sostenne di aver rilasciato sotto coercizione da parte degli investigatori.
Nonostante l'assenza di prove materiali che lo collegassero alla scena del crimine, fu condannato a morte. Centrali per i giudici, le testimonianze di due conoscenti, che sostennero di averlo sentito vantarsi dell'omicidio. La pena venne confermata nel 1992.
Negli anni, la difesa ha presentato numerosi ricorsi, contestando la ricostruzione dei fatti e anche la modalità di raccolta delle prove. Nel 2011, la prima vera svolta. I due testimoni chiave, rintracciati in Messico da un team di investigatori privati, ritrattarono le loro dichiarazioni, raccontando di essere stati pagati dalla polizia locale di Provo, e di aver ricevuto addirittura minacce di espulsione dal Paese qualora non avessero incastrato Carter.
Nel 2025 la Corte Suprema dello Utah ha ufficialmente annullato la condanna, aprendo la strada a un nuovo procedimento alla luce delle irregolarità emerse. Tra gli elementi citati, la mancata considerazione - da sempre denunciata dai difensori del condannato - di altri potenziali sospettati, come il marito della vittima, nel frattempo deceduto. La decisione ha consentito di riesaminare scientificamente le prove raccolte all'epoca dei fatti.
Il 22 settembre sono stati resi noti i risultati delle nuove analisi genetiche, che hanno escluso ogni compatibilità tra il profilo biologico di Carter e le tracce ricavate da alcuni reperti: il sangue trovato su una maniglia e il materiale genetico maschile estratto dal manico del coltello usato per l'aggressione.
Come spiega la BBC, nonostante l'opposizione dei familiari della vittima - secondo cui la mancata corrispondenza del Dna non dimostrerebbe automaticamente l'innocenza dell'uomo - lunedì 28 settembre, il giudice Derek Pullan ha disposto la scarcerazione del 71enne su cauzione.
Carter dovrà comunque indossare un braccialetto elettronico e non potrà avvicinarsi alla famiglia Olesen. Formalmente resta sotto accusa. Spetterà alla Procura, entro il prossimo novembre, decidere se ritirare le accuse oppure procedere con un nuovo processo di primo grado (il cosiddetto retrial). I suoi legali puntano a ottenere il riconoscimento formale dell'innocenza.