Un vaso alto un metro e mezzo, una costruzione di ceramica che sembra voler sfidare la gravità, un diadema prezioso creato per apparire già segnato dal tempo. Nessun orologio, almeno in apparenza. Eppure dietro ognuno di questi tre oggetti c’è una questione che l’Alta Orologeria conosce molto bene: come si conserva un sapere antico senza trasformarlo in qualcosa di intoccabile, magnificamente protetto e proprio per questo destinato a diventare immobile.
Traendo ispirazione dalla ricca storia racchiusa nel Met e dall’eccellenza artistica e decorativa di Vacheron Constantin, Aspen Golann (nella foto il suo studio), Ibrahim Said e Joy Harvey hanno posto i mestieri d’arte tradizionali al centro del proprio lavoro, sfidando al contempo le convenzioni attraverso innovazione e creatività.
È intorno a questa idea che ruota Artisan Residency, il programma nato dalla collaborazione tra Vacheron Constantin e il Metropolitan Museum of Art.
Per diciotto mesi tre creativi - Aspen Golann, Ibrahim Said e Joy Harvey - hanno lavorato tra le collezioni del Met, gli atelier della Manifattura di Ginevra e i propri studi.
Non è stato chiesto loro di riprodurre il passato, né di celebrarlo con deferenza. Piuttosto di studiarlo, smontarlo mentalmente e capire dove potesse condurli. Legno, argilla e metallo sono così diventati tre modi differenti di parlare di memoria, tecnica e tempo.
Aspen Golann, legno e memoria
Aspen Golann parte da un materiale che sembra avere già una biografia prima ancora di essere lavorato. Ebanista, intagliatrice e docente alla Rhode Island School of Design, ha costruito Vessel, un vaso monumentale in legno alto 1,52 metri, decorato a bassorilievo con foglie, frutti e cavalli.
Aspen Golann è tra le altre cose, fondatrice della Chairmaker’s Toolbox, iniziativa che promuove l’accessibilità e l’equità nel settore della progettazione e della realizzazione di sedie
La sua ricerca al Met si è concentrata soprattutto sull’arredo americano tra XVII e XIX secolo: cassoni intagliati, mobili dipinti, sedie e scrittoi nei quali la funzione quotidiana diventava anche racconto visivo. Negli atelier Métiers d’Art di Vacheron Constantin ha osservato invece il modo in cui incisione e smaltatura riescono a trasformare una superficie di pochi centimetri in un universo di dettagli.
Golann porta quel principio su una scala completamente diversa. Vessel conserva l’intelligenza dell’ebanisteria tradizionale ma cambia proporzioni e linguaggio. È un oggetto che potrebbe sembrare antico finché non lo si osserva davvero: allora diventa evidente che il suo rapporto con il passato non è nostalgico. È piuttosto una conversazione.
Ibrahim Said, modellare il tempo
Per Ibrahim Said la materia arriva ancora più indietro. Nato in una famiglia di ceramisti a Fustat, in Egitto, il suo rapporto con l’argilla appartiene a una tradizione che attraversa millenni. Con Shaping Time ha costruito una struttura verticale a tre livelli, composta da forme semicircolari realizzate al tornio, unite e poi lavorate con incisioni, trafori e superfici smaltate.
Nato in una famiglia di ceramisti a Fustat, in Egitto, Ibrahim Said è un ceramista egiziano-americano che vive e lavora a Greensboro, nella Carolina del Nord (Stati Uniti).
Le suggestioni arrivano dall’antico Egitto e dall’arte islamica: recipienti rituali, filtri per l’acqua, gioielli e motivi geometrici. In mezzo compare anche, con discrezione, la geometria della Croce di Malta di Vacheron Constantin.
Il risultato non ha nulla dell’esercizio archeologico. Said prende forme antichissime e le costringe a trovare un nuovo equilibrio, fisico e visivo. Le sue ceramiche sembrano spesso sul punto di perdere stabilità, come se la tecnica servisse proprio a portare la materia fino al limite senza oltrepassarlo. Nel suo lavoro tornano continuamente tre parole: pazienza, perfezione, bellezza. Tre concetti che potrebbero stare altrettanto bene sul banco di un ceramista o su quello di un orologiaio.
Joy Harvey, la bellezza della rovina
Joy Harvey compie forse il gesto più radicale. Formata nell’oreficeria fiorentina e con studi in Chimica, realizza Ruined Splendour – Bronze Diadem, un diadema in cui tecniche antiche e strumenti contemporanei arrivano a una conclusione apparentemente paradossale: creare qualcosa di prezioso per poi sottrarlo deliberatamente alla perfezione.
Nata in Italia, dove vive e lavora, Joy Harvey è un’orafa che realizza gioielli intimi, interamente fatti a mano, ispirati alle emozioni più profonde, alla bellezza selvaggia e al rapporto dell’essere umano con lo scorrere del tempo.
Bronzo forgiato, granulazione, doratura, martellatura e guillochage costruiscono una superficie complessa, popolata da elementi romboidali, nervature vegetali, piccoli pendenti e fiori di rovo. Poi l’ordine viene disturbato. Harvey perfora, deforma, altera. Persino i motivi realizzati al tornio per guillochage vengono martellati per cancellarne la regolarità geometrica.
Il diadema diventa così una rovina contemporanea, un oggetto che non nasconde il passaggio del tempo ma sembra anticiparlo. La perfezione, nella sua visione, interessa meno delle tracce lasciate dalla sua perdita. È un pensiero particolarmente efficace in un mondo del lusso che tende invece a cancellare ogni difetto.
La parte più riuscita di Artisan Residency sta probabilmente qui. Vacheron Constantin e il Met non trattano il savoir-faire come qualcosa da conservare sotto vetro, ma come un linguaggio che deve continuare a cambiare interlocutore.
I gesti possono essere gli stessi di secoli fa, gli utensili persino quasi identici, ma il risultato non deve necessariamente assomigliare al passato. Perché una tradizione sopravvive davvero soltanto quando smette di limitarsi a ricordare ciò che è stata e trova qualcuno disposto a immaginare ciò che potrebbe diventare.
