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Valentina Piccinini, sopravvissuta in Nepal: «Nella fuga ho perso il mio gruppo: per un’ora credevano fossi morta»


«Sono inciampata durante la fuga, mentre scendevo dal pullman. Una cosa banale: avevo perso una ciabatta. Quando mi sono rialzata, però, intorno a me non c’era più nessuno. Non vedevo e non sentivo niente, soltanto quella nube marrone che veniva verso di me e un boato fortissimo». Sono bastati pochi secondi a separare Valentina dal resto del gruppo. Pochi secondi che, per quasi un’ora, hanno fatto credere ai suoi compagni di viaggio che non ce l’avesse fatta. Lei, invece, era viva. Sola, senza riuscire più a orientarsi, aveva cominciato ad arrampicarsi sulla montagna insieme agli abitanti dei villaggi, mentre alle sue spalle l’acqua e i detriti travolgevano la vallata.

Valentina ha 37 anni, è di Torino e lavora per una multinazionale in ambito sanitario. In Nepal era arrivata appena 48 ore prima. Doveva essere l’inizio di un viaggio verso il Tibet e il monte Kailash, la montagna sacra per induisti e buddhisti. Oggi è a Kathmandu, senza passaporto, senza soldi e con quello che aveva addosso quando è scappata dal bus. «Ma non importa. Sono viva».

Cosa ricorda dei primi istanti?

«Ho sentito un boato enorme. Ho aperto d’istinto il finestrino accanto a me per scappare. L’autista della nostra corriera ha avuto la lucidità di aprire la porta del pullman, a quel punto siamo scesi tutti».

Lei era l’ultima?

«Sì. Mentre scendevo sono inciampata, avevo perso una ciabatta. Quando mi sono rialzata non ho più visto i miei compagni di viaggio, la nube copriva tutto».

A quel punto che ha fatto?

«Ho vagato nel nulla sbagliando strada, loro avevano girato a destra mentre io sono andata dalla parte opposta, proprio verso la zona più colpita. Poi tra la vegetazione ho visto la mano di un militare, mi sono fatta tirare su e ho iniziato ad arrampicarmi sulla montagna, tra cespugli e rocce. Mi sono ferita, graffiata, ma non importava: dovevo sopravvivere».

Intanto la cercavano.

«Tashi, la nostra guida, è tornata più volte fino al pullman, rischiando la vita. Ma io ero già lontana. Mi avevano data per morta».

Chi ha incontrato sul monte?

«Abitanti del posto, anziani e bambini. Non parlavamo la stessa lingua, ma non serviva. Ci siamo aiutati a vicenda. Poi un uomo mi ha prestato il telefono e sono riuscita a chiamare Tashi. Quando ci siamo ritrovati ho pianto tantissimo».

Dove avete passato la notte?

«In una piccola casa con una trentina di nepalesi. Avevano perso tutto, eppure hanno diviso con noi cibo e riparo. Ho visto la gioia vincere sulla morte quella notte. All’alba poi sono arrivati gli elicotteri».

Avete perso anche i passaporti.

«Li avevamo affidati ad alcuni colleghi della guida, partiti prima di noi per preparare i permessi alla frontiera con la Cina. Da allora non abbiamo più loro notizie e temiamo il peggio. Io sono rimasta con il solo cellulare, non ho più nulla».

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