Moroz, che in russo significa gelo o freddo intenso, nasce dall’esigenza di dare un nome e una voce a una sensazione che ho conosciuto più volte nel corso della mia vita: quel freddo interiore che arriva all’improvviso, che isola, allontana dagli altri e, a volte, anche da sé stessi. È un brano che parla di fragilità, ma soprattutto del tentativo di conviverci senza lasciarsene sopraffare.
Il tema centrale è quello dell’abbandono e della paura che esso possa ripetersi. Una paura che spesso porta a costruire muri, ad anestetizzare le emozioni o a prendere le distanze dalle persone per evitare di soffrire. Tuttavia, Moroz non vuole raccontare soltanto questa parte. È anche il desiderio di rialzarsi, di non restare immobili nel gelo, ma di cercare un modo per scaldarsi, anche quando sembra impossibile. È il tentativo di trasformare una ferita in qualcosa che possa essere accolta, anziché continuamente combattuta.
Per questo il ritornello, cantato in russo, assume un significato particolare. Tradotto in italiano recita: “Gelo, non congelarmi. Fai parte della mia anima, sei il mio terreno. Gelo, non congelarmi. Sei il mio destino, sei famiglia". Queste parole rappresentano un cambio di prospettiva: il freddo non è più soltanto un nemico da cui fuggire, ma una parte della propria storia da riconoscere e accettare. Non significa arrendersi al dolore, bensì smettere di negarne l’esistenza. Solo accettandolo è possibile attraversarlo e continuare a camminare.
Anche la scelta di alternare italiano e russo nasce da un’esigenza espressiva. Il verso “Mороз, не морозь меня” (“gelo non congelarmi”) richiama una celebre frase della tradizione popolare russa, presente in uno dei canti folkloristici più conosciuti. Ho scelto di riprenderla attribuendole un significato profondamente personale ed emotivo, trasformandola in un dialogo con quel freddo interiore che attraversa l’intero brano.
Il videoclip è stato realizzato su un terrazzo di Napoli, scegliendo una messa in scena volutamente essenziale. L’idea era quella di lasciare spazio alla canzone, senza costruire una narrazione artificiale o ricorrere a elementi scenografici complessi. Il cielo del crepuscolo e il panorama della città diventano parte del racconto, creando un contrasto tra il freddo evocato dal testo e il calore della città che fa da sfondo all’esecuzione. L’intenzione era restituire un’esibizione sincera e intima, in cui fossero la musica e le parole a guidare l’ascoltatore.
Desidero ringraziare Stefano Giampietro, in arte Nikto, con cui ho coprodotto Moroz e che ha suonato la chitarra nel videoclip. Un ringraziamento anche a Silvio Parente (registrazioni e mix), Francesco Luise (tastiere), Alicia Gonzales (violoncello) e Gabriele Loria (mastering) per il prezioso contributo alla realizzazione della versione in studio del brano.