Bologna, 3 ottobre 2026 – Si dice contraria al velo integrale Fatima Mochrik, sindacalista marocchina con doppia cittadinanza, in Italia da fine anni Ottanta, vive a Bologna e dopo un lungo lavoro per gli immigrati, anche nelle associazioni che combattono la violenza contro le donne straniere, ha sempre in mente “quei mariti che si presentavano per il rinnovo del permesso di soggiorno della moglie e quando chiedevo, ma lei dov’è, mi rispondevano agitati: cosa te ne importa, pensa a fare il tuo lavoro. Le donne che indossano il velo integrale spesso arrivano in Italia con il ricongiungimento”.

Fatima Mochrik, sindacalista di origine marocchina, arrivata in Italia a fine anni Ottanta e contraria al velo integrale
Signora Mochrik, lei porta il velo?
“No, e nessuna delle mie quattro sorelle lo indossa”.
Che cosa le suggerisce una donna con il niqab, che nasconde il volto, e magari non parla italiano?
“Intanto coprire il viso oggi rappresenta un problema di sicurezza”.
Ma è corretto pensare che sia anche una forma di segregazione?
“Sicuramente è così. L’ho capito anche nella mia esperienza da sindacalista. Aggiungo: gli stessi mariti di quelle donne spesso non parlano italiano. Da parte loro ho sempre incontrato una grande resistenza”.

Non esistono numeri ufficiali su quante siano le donne che indossano il velo islamico integrale in Italia
Spieghi.
“Quando arrivava in ufficio un musulmano per il rinnovo del permesso di soggiorno della moglie, vedendo il nome di una donna che non era davanti a me chiedevo sempre: ma perché lei non è qui? La risposta era quasi violenta, che cosa t’interessa, fai il tuo lavoro. Quell’uomo mi giudicava perché ero una donna e non indossavo il velo. Questa scena si è ripetuta tantissime volte, nel corso di una decina d’anni”.
Qual è il bilancio che trae?
“Questa situazione va gestita. Perché chi indossa il niqab alla fine crea uno scudo culturale, diciamo così, blocca anche le altre. Bisogna conoscere l’italiano e bisogna rendere riconoscibile il volto. In questo modo le cose filano benissimo. La situazione diventa grave se non interveniamo. Non parlare la lingua del Paese dove si vive crea ghetti”.
Lei ha la doppia cittadinanza.
“Sono nata in Marocco, ho studiato lì fino alla maturità poi sono arrivata in Italia a fine anni ‘80. Ho sempre vissuto vicino a ebrei e cattolici in una realtà straordinaria, vedevo una moschea poi una sinagoga poi una chiesa. Ho studiato nelle classi miste, ho vissuto una religione che vede convivere con molta tolleranza le diverse fedi. E ho conosciuto tante donne libere. Mio babbo è il primo pensionato in Italia, oggi ha 92 anni, ha cresciuto noi sette figli, 5 femmine e 2 maschi, con il principio della responsabilità verso se stessi ma anche verso gli altri”.
Come si costruisce una vera integrazione?
“Io dico sempre, bisogna fare 50 e 50. Quando scelgo di arrivare in un Paese, devo rispettare le leggi, parlare la lingua e comportarmi in modo adeguato. Dall’altra parte, il Paese che mi accoglie deve darmi tutte le possibilità per potermi inserire al meglio. Le lezioni di italiano sono gratuite ma purtroppo nessuno le frequenta. Ci si scontra contro un muro, si mette avanti sempre la scusa dei bambini piccoli. Allora magari si prova a portare le donne fuori casa proponendo un corso di cucina, un altro modo per socializzare”.
I mariti hanno interesse che le mogli non conoscano l’italiano?
“Assolutamente sì, perché una donna che sa parlare e conosce i suoi diritti diventa un rischio per loro, invece se è nascosta la puoi usare come vuoi. Tante musulmane non fanno neanche i controlli medici, non si presentano alle visite ginecologiche. Non conta neanche tradurre i depliant, la percentuale resta ancora molto molto bassa”.